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Dossier Swatch vira (anche) sull’acciaio

    Dossier | N. 28 articoliRapporto Orologi

    Swatch vira (anche) sull’acciaio

    Nel 1983 una delle chiavi capaci di portare al successo il primissimo Swatch fu la provocazione. Quella di un piccolo orologio in plastica al quarzo, contraddistinto da un'uso artistico del colore in puro spirito Pop, per l'epoca un'operazione dirompente e mai azzardata prima. Una rivoluzione alla quale, in quasi 35 anni, ne hanno fatto seguito altre. Ultima in ordine di tempo, quella del Sistem51, modello nato nel 2013 in occasione del trentennale del marchio e oggi declinato in versione Irony, cioè con cassa (per talune referenze, anche bracciale) in acciaio.

    «Per importanza, il Sistem51 è l'innovazione numero due nella storia del brand – spiega Carlo Giordanetti, direttore creativo di Swatch Ltd – e solo perché non si può prescindere dalla numero uno che è rappresentata dallo stesso Swatch. Ma di eguale valore, perché capace di aprire una piattaforma nuova, anche a livello di pensiero, da cui non sappiamo ancora cosa nascerà».

    Parole che inquadrano il grande sforzo creativo ed economico messo in campo da una realtà orologiera che, secondo gli analisti di Vontobel, con i suoi 715 milioni di franchi svizzeri di fatturato 2015 stimato (presumibilmente il 9% del giro d’affari annuo di Swatch group), si attesta al primo posto nel segmento 50-200 franchi; con un market share del 65%, frutto di circa 12 milioni di pezzi venduti all'anno. Una realtà che si attesterebbe al decimo posto della classifica per fatturato dei brand svizzeri.

    Vale la pena ricordare che cosa c’è dietro un'apparentemente semplice prodotto come il Sistem51: molta ricerca (17 brevetti) e tanta tecnologia. Ad esempio, c’è un movimento automatico di nuova concezione che rappresenta un'autentica sfida all'insegna della semplificazione lanciata al mondo dell'orologeria: un calibro Eta composto da soli 51 pezzi (tanti quanti erano quelli del movimento al quarzo delle origini) raggruppati in cinque moduli indipendenti saldati l'uno all'altro lungo una catena di montaggio completamente automatizzata, completato da una massa oscillante circolare trasparente fissata da un'unica vite centrale, e rifinito poi solo alla fine del processo produttivo mediante un processo di stampa digitale.

    Il tutto realizzato all'interno della nuova manifattura di Boncourt, concepita e costruita specificamente per questo orologio. «L'idea – continua Carlo Giordanetti – era arrivare al 30esimo anno di Swatch con qualcosa che prendesse in contropiede il mercato. E che parallelamente tenesse conto del fatto che nei mercati emergenti, in particolare in Estremo oriente e in Cina, il movimento meccanico era più apprezzato. In queste aree, per Swatch, che da sempre propone orologi al quarzo in materiali non nobili, il rischio di faticare a imporsi era forte. Da qui il progetto di riscrivere la storia, con un automatico in 51 pezzi. Ma la vera chiave del successo è stata la verticalizzazione dei processi all'interno del gruppo, con la creazione di una linea di produzione ad hoc».

    Quella di Boncourt, in Svizzera, appunto. Una struttura sviluppata su una superficie di 15mila metri quadri dove, per la prima volta, all'interno di un sito produttivo coabitano anche Eta, la realtà del gruppo dedicata ai movimenti, e Nivarox, deputata in loco alla realizzazione dei sistemi di scappamento e dei bariletti. Una bandiera per Swatch, la cui realizzazione è partita a metà del 2011 e si è conclusa quest'anno, prendendo forma di pari passo con la concezione, la prototipazione e la realizzazione del Sistem51 ma soprattutto con lo studio e l'elaborazione della tecnologia produttiva necessaria per dare vita al modello. Che oggi, dopo il rodaggio della versione in plastica, più emozionale e “fun”, accoglie le sette referenze del più razionale Irony.

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