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L’acciaio che arriva in Italia ora passa da Taiwan: balzo del 71%

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L’acciaio che arriva in Italia ora passa da Taiwan: balzo del 71%

(Afp)
(Afp)

Rallenta, nel 2016, la corsa delle importazioni di prodotti siderurgici in Italia. Una frenata dettata più dal recupero del principale produttore italiano (Ilva) che da un arretramento del principale importatore (Cina). La morsa dei dazi inizia però a stringere su Pechino, e i prossimi mesi si annunciano in flessione; contemporaneamente si fa strada la preoccupazione per il rischio di triangolazioni con paesi terzi, come Taiwan (+251% l’export di coils negli ultimi mesi), Malaysia o Indonesia.

Nel 2015 l’import di piani all’interno dei confini nazionali è cresciuto del 23,7%, a quota 12,362 milioni di tonnellate, oltre 2 milioni in più rispetto all’intera produzione annua italiana (+56,8% se si considerano solo i flussi extra Ue, per circa 6 milioni). Nel 2016 non si sono registrati altri sussulti. Anzi, i piani importati sono passati da 9,5 a 9,2 milioni (-3,4%); a loro volta quelli extraeuropei sono scesi in 9 mesi dello 0,4%, accentuando il calo a ottobre, con le prime rilevazioni che indicano poco più di 5 milioni, -1,6% sul 2015.

L'ANDAMENTO DELLE IMPORTAZIONI DI ACCIAIO
Variazioni percentuali 2016/2015. (Elaborazione del Sole 24 Ore su dati Federacciai)

Si tratta di un rallentamento dettato dalla ripresa produttiva dell’Ilva che solo a metà anno aveva giù recuperato 400mila tonnellate di coils rispetto al 2015. La Cina resta il primo venditore extraeuropeo di coils in Italia, con 810mila tonnellate, +19% sul corrispondente periodo dell’anno scorso (una quota preponderante del totale esportato da Pechino in Italia, circa 2 milioni in tre trimestri). Un numero che, però, si avvicina probabilmente alla soglia limite, considerando che il 7 ottobre la Commissione europea ha imposto un dazio antidumping su questi prodotti (che si affianca ad altre analoghe misure), proprio per limitare gli acquisti, che danneggiano il mercato interno dell’Unione europea.

«È presto - ha spiegato Flavio Bregant, direttore generale di Federacciai, in un incontro pubblico - per valutare l’impatto della decisione di ottobre sui flussi commerciali». Un primo fenomeno, però, è già in atto, e potrebbe rafforzarsi. «Temiamo - ha aggiunto Bregant - un rischio di triangolazione con altri paesi, per esempio Taiwan. Non abbiamo ancora dati sufficienti per suffragare queste ipotesi, ma monitoriamo la situazione». Federacciai avrebbe già programmato un incontro con i principali rappresentanti delle dogane per alzare la soglia di attenzione sul fenomeno. Il timore potrebbe essere confermato dalle mail (la cui autenticità però è tutta da verificare) ricevute in queste settimane da alcuni import manager, nelle quali si pubblicizzano «soluzioni professionali nel trading per evitare gli elevati dazi antidumping» sui prodotti cinesi, esplicitando una strategia di ri-export da paesi terzi.

I dati di settembre segnalano già grande vitalità, per esempio, nelle vendite di prodotti taiwanesi in Italia. La siderurgia di Taipei è comparabile per dimensioni produttive a quella italiana; nei primi 9 mesi i coils venduti in Italia sono lievitati del 251%, restando sotto le 100mila tonnellate, ma comunque a un livello che inizia a essere significativo (76mila tonnellate); a questi prodotti si aggiungono altre 65mila tonnellate di lamiera a freddo (+103%) per un totale che sfiora le 200mila tonnellate, il 71% in più rispetto al 2015.

Diversificata la situazione tra gli altri grandi esportatori. La Russia conferma il battente del 2015: poco più di mezzo milione di tonnellate di coils a settembre. Calano Iran (506mila tonnellate, -6% sul 2015) e Ucraina (-30%, 200mila tonnellate). I coils importati da Iran, Russia, Ucraina, con Serbia e Brasile, sono a loro volta oggetto di un’indagine antidumping in Ue. Salgono a 260mila tonnellate, infine, i coils dalla Corea del Sud (+43% in più), per 598mila tonnellate di piani (+41 per cento).

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