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Dossier L’alimentare si salva con l’export

    Dossier | N. 13 articoliIl barometro dell’economia

    L’alimentare si salva con l’export

    L’export agro-alimentare italiano accelera ma la performance si ferma, nei primi nove mesi del 2016, sulla soglia dei 28 miliardi, +3% (+3,1% a 22 miliardi solo l’industria alimentare). Un po’ meglio del trend di inizio anno ma lontano dal 7,4% del 2015. Del resto è comprensibile, dato il rallentamento dell’economia mondiale. La produzione invece risente della stagnazione dei consumi italiani, anche se a ottobre il fatturato dell’industria alimentare è rimbalzato del 3,4% su base annuale.

    Nel comparto alimentare trainanti risultano i settori molitorio, caffeicolo e lattiero-caseario; in retromarcia acque minerali e pasta.

    «La produzione ha stentato a causa di consumi italiani stagnanti - osserva il presidente di Federalimentare Luigi Scordamaglia - ma dobbiamo tener conto anche della componente estera. Ma ora siamo alla svolta, almeno questa è la sensazione. E tenendo presente che l’export alimentare viaggia oltre il 3% contro lo 0,5% del dato generale». Secondo Scordamaglia quest’anno andrà meglio «e se non rivedremo più il +6,7% del 2015, la crescita dell’export potrebbe procedere al ritmo del 5% l’anno».

    Nel bilancio dei primi 9 mesi del 2016 dell’export, l’ufficio studi di Federalimentare sottolinea che allungano il passo gli Stati Uniti con un +3,6%, ma frena la Cina con un disastroso -13,7%, dopo il boom, +24%, del 2015.

    Il passo migliore è quello della media Ue, con un +3,6% e si conferma il consueto vantaggio dell’export di settore rispetto a quello complessivo del Paese. Per gli industriali è evidente una netta perdita di velocità rispetto ai consuntivi export del 2015, che avevano raggiunto un +6,7% per l’industria alimentare e un +3,9% per l’export totale.

    Riemerge la Russia
    Mentre, a livello europeo, va sottolineato il riaffacciarsi di un simbolico segno “più” sul mercato russo, con un +0,6%. A causa dell’embargo commerciale incrociato Ue-Russia, l’export alimentare tricolore verso Mosca è scivolato dal picco di 562 milioni di euro del 2013 ai 352 milioni del 2015 e ai 240 milioni dei primi nove mesi del 2016. Con pesanti perdite, in particolare, per formaggi, carne e pesce. Prima delle sanzioni commerciali, Mosca aveva raggiunto l’11° posto tra gli sbocchi del food & beverage e un peso del 5,2% dell’export nazionale complessivo su quel mercato.

    «Formaggi, salumi e altri prodotti sono esclusi dall’embargo - osserva Scordamaglia - ma hanno subìto gli scossoni della risi economica russa e del crollo del potere d’acquisto».

    Sanzioni Bis
    A metà dicembre le sanzioni Ue alla Russia sono state prolungate per altri sei mesi. La decisione è piombata non inattesa ma proprio quando «i grandi spazi del mercato russo si stanno riaprendo - sottolinea Scordamaglia – con l’assestamento e la lenta ripresa in atto dell’economia nazionale. Occorre disinnescare contrapposizioni frontali che non portano a niente ancora una volta l’Europa sceglie di non scegliere lasciando agli Usa la prima mossa. Nonostante la progressiva integrazione dei mercati europei e russi sarebbe la naturale evoluzione per entrambi». Con Trump cambierà qualcosa? «Credo di sì - risponde il presidente di Federalimentare - ma questi 6 mesi saranno comunque gli ultimi in ogni caso». Il presidente non nasconde che gli spazi di crescita del food & beverage solo esclusivamente legati ai mercati esteri e alle prospettive dell’export. Senza un partner fondamentale come la Russia sarebbe a rischio lo stesso obiettivo dei 50 miliardi di export agroalimentare al 2020.

    I PRIMI PAESI DI SBOCCO DELL’EXPORT
    Dati in milioni di euro e variazione % 2016 su 2015 (Fonte: elaborazione Federalimentare su dati Istat)

    Tornando ai dati dei primi 9 mesi elaborati dall’ufficio studi di Federalimentare, si registrano variazioni positive a due cifre per l’export molitorio (+20,3%) e saccarifero (+20,3%). Seguono caffè (+8,2%), oli e grassi (+6,7%) e lattiero-caseario (+5,7%). Sul fronte opposto, si segnalano gli scivoloni di acque minerali (-7,8%), birra (-3,3%), riso (-2,2%) e pasta (-2,2%).

    I consumi (sempre stagnanti in Italia) sembrano però orientarsi verso produzioni nazionali: nei nove mesi, l’import dell’industria alimentare raggiunge 15,3 miliardi di euro, con un calo del -1,6%. Il saldo è positivo per 6,6 miliardi, in crescita del +15,6% sull’analogo periodo dello scorso anno.

    Regole da uniformare
    Sul tema scottante dell’etichetta trasparente i pastai italiani di Aidepi (l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta) bocciano l’invio a Bruxelles del decreto sull’obbligo di indicare l’origine del grano sull’etichetta della pasta.
    Secondo Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di Aidepi, «la formula scelta non ha alcun valore aggiunto per il consumatore. L’origine da sola non è infatti sinonimo di qualità. Inoltre non incentiva gli agricoltori italiani a investire per produrre grano di qualità con gli standard richiesti dai pastai».
    Felicetti aggiunge che «l’etichetta individuata invece dà informazioni poco chiare e, invece di aiutare il consumatore a fare scelte consapevoli, lo disorienta e confonde. Si vuole far credere che la pasta italiana è solo quella fatta con il grano italiano o che la pasta è di buona qualità solo se viene prodotta utilizzando nazionale: non è vero. La qualità del grano si può e si deve misurare attraverso la verifica della conformità a specifici requisiti e parametri che dipendono da condizioni del terreno, quelle climatiche, pratiche agronomiche adottate».

    Per Scordamaglia non ha senso imporre regolamenti nazionali in Europa. «Siamo favorevolissimi alla trasparenza in tutte le filiere, ma le regole in Italia non possono valere solo per le nostre imprese e non per i competitor Ue».

    Felicetti conclude: «Questa etichetta nata male potrebbe compromettere la competitività dell’intera filiera della pasta sul mercato nazionale e internazionale. Non incentiva gli agricoltori italiani a investire per produrre grano con standard di qualità richiesti dai pastai. Che rischierebbero così di lavorare un grano scadente acquistato a prezzi più elevati».

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