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Dossier Via Emilia locomotiva nazionale per manifattura e occupazione

    Dossier | N. 13 articoliIl barometro dell’economia

    Via Emilia locomotiva nazionale per manifattura e occupazione

    (Marka)
    (Marka)

    Lavoro e investimenti. Sono i due binari della strategia emiliano-romagnola lungo i quali corrono gli indicatori 2016 di un’economia locomotiva del Paese: +2,4% l’occupazione (oltre 47mila posti di lavoro in più) lo scorso anno, +1,4% la produzione industriale, +1,5% l’export (arrivato a pesare il 39% del Pil), +2,4% gli arrivi turistici e +2,5% gli investimenti. «Cresciamo a ritmi pari a quelli di Francia e Germania - sottolinea il presidente della Regione, Stefano Bonaccini presentando il Rapporto 2016 sull’economia emiliano-romagnola – e lo dobbiamo alla capacità di fare rete, alla condivisione di scelte e impegni nell’ambito del Patto per il lavoro sottoscritto a inizio legislatura da 50 firmatari del territorio, con l’obiettivo di creare sviluppo e buona occupazione».

    Un sistema che ha fatto parlare di nuovo modello emiliano e che ha già portato il tasso di disoccupazione al 6,9% contro il 9% di due anni fa. «Dei 15 miliardi di fondi previsti dal Patto è già programmato l’utilizzo di 13,5 miliardi. Puntiamo - aggiunge il presidente regionale - su innovazione e internazionalizzazione delle imprese, su attrattività e modernizzazione delle infrastrutture, comprese quelle digitali, e su una politica anticiclica che associ alla crescita l’equità sociale». Il riferimento è alla pionieristica legge regionale sul reddito di solidarietà, fresca di inchiostro, che prevede fino a 400 euro al mese per nuclei familiari in gravi difficoltà economiche.

    Coesione e competizione vanno, dunque, di pari passo tra Piacenza e Rimini. E spiegano, secondo il centro studi regionale Unioncamere, la performance sopra la media nazionale del Pil 2016 (+1,4% secondo le ultime elaborazioni Prometeia, contro lo 0,9% nazionale). «Siamo ancora 5 punti sotto il dato 2007 e a questo ritmo dovremo aspettare il 2021 per tornare ai livelli pre crisi. Proiettata sui 12 mesi l’occupazione 2016 supera però dell’1,6% il livello del 2007. E a fronte di uno scenario globale molto incerto è di conforto la dinamica vivace della domanda interna, salita in regione dell’1,5%», precisa Matteo Beghelli, analista del centro studi Unioncamere. Non sono più i settori a fare da spartiacque tra chi corre e chi arretra: le imprese attive in regione a fine dicembre (407.514) sono lo 0,5% in meno di un anno prima, un calo trasversale a tutti i comparti (eccezion fatta per l’energia), eppure la via Emilia resta la seconda regione italiana, dopo il Trentino Alto-Adige, per imprenditorialità (con 149 persone attive - tra titolari, soci, amministratori - ogni mille abitanti) e per tasso di occupazione (68,9%).

    Va tutto bene? No, rispondono in coro gli imprenditori della regione: «Si può e deve fare più e meglio», sintetizza il presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Maurizio Marchesini, preoccupato per il passo rallentato con cui avanza l’export; per la scarsa apertura ai mercati globali delle imprese (l’80% delle esportazioni è in mano a meno di mille imprenditori, le aziende esportatrici sono circa 25mila su quasi 410mila aziende attive); per il taglio dei fondi regionali all’internazionalizzazione e per investimenti in R&S ancora lontani dagli standard europei (sebbene saliti all’1,75% del Pil). No, non va tutto bene, conferma il dato Prometeia di un calo dello 0,8% della produttività in regione nel 2016, tirato verso il basso dai servizi (+1,1%, invece, nell’industria). No, rimarca l’Ance, l’associazione dei costruttori edili, notando come la ripresa delle compravendite e il traino dei lavori post sisma non siano ancora sufficienti per portare l’edilizia fuori dalla recessione che ha tagliato in sette anni oltre il 20% delle imprese (13mila ditte cancellate) e un quarto degli occupati (-10% solo nell’ultimo anno). No, aggiunge Erico Verderi, componente della commissione regionale Abi, perché «nei primi nove mesi del 2016 i prestiti alle imprese sono ancora in calo del 2,95% in Emilia-Romagna, rispetto allo stesso periodo del 2015, contro il -2,1% nazionale e a fronte di un recupero attorno al +1,3% dei prestiti alle famiglie».

    La ripresa economica in realtà si legge nel minor ingresso in sofferenza dei crediti erogati, «ma l’analisi dei flussi finanziari in questi anni di crisi – puntualizza Andrea Landi, della facoltà di Economia Marco Biagi dell’UniMore – ci racconta che l’autofinanziamento è la forma preponderante di copertura degli investimenti ed è appannaggio delle grandi aziende, mentre le piccole realtà più vulnerabili hanno ridotto gli investimenti proprio per recuperare equilibrio nei conti». Eppure anche Pmi e artigiani - puntualizza Paolo Govoni, presidente di Cna regionale e coordinatore del Tavolo regionale imprenditoria – sono tornati su valori positivi e stanno avanzando sulla frontiera del 4.0 in una logica di innovazione diffusa. Grazie a un modello di organizzazione a filiera «capace di tiene assieme piccoli e grandi imprese – rimarca il presidente di Confindustria, Marchesini – che ci permette di fare qui le cose difficili che i competitor non riescono a fare. È un modello che invano tedeschi e francesi hanno tentato di copiarci, che garantisce flessibilità, specializzazione e resilienza al nostro “made in”».

    Un modello a filiera che sta riorientando anche i finanziamenti bancari: il “Programma filiere” Intesa Sanpaolo ha già finanziato 59 contratti e centinaia di imprese lungo la via Emilia. «Siamo in un contesto di metamorfosi dell’intero sistema economico e sociale regionale, dove i vecchi distretti convivono con le nuove sfide green e digital – tira le fila l’assessore regionale alle Attività produttive, Palma Costi – e dove gli sforzi dell’amministrazione si stanno concentrando sul primo asset del nostro ecosistema: le risorse umane. Con percorsi di formazione e ricerca sempre più vicini alle istanze del tessuto produttivo (il sistema duale nella meccanica bolognese sta facendo scuola in Italia, ndr) e un intreccio virtuoso tra manifattura, cultura, territorio e turismo che fa dell’Emilia-Romagna una delle regioni europee più attrattive per gli investimenti esteri . Un unicum racchiuso nei marchi delle nostre quattro “valli”: motor valley, food valley, wellness valley e l’ultima nata, la fashion valley».

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