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Il food aspetta l’anno della svolta

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Il food aspetta l’anno della svolta

Alimentare fuori dal tunnel. Dopo un 2016 con produzione ed export in crescita ma con consumi piatti, il 2017 promette un miglioramento generalizzato degli indici: più valore, un’accelerazione delle esportazioni e più domanda interna. Queste almeno le previsioni del presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia, che, ieri a Milano, ha ribadito la ferma opposizione al progetto dell’etichettatura a semafori e ha indicato il decreto legge sull’indicazione dello stabilimento di produzione come penalizzante per i produttori italiani e ingannevole per i consumatori.

Quest’anno il fatturato dell’industria dovrebbe aumentare dell’1,5% a 134 miliardi, l’export del 5% a 31,5 miliardi e i consumi dello 0,3% (al netto dell’inflazione) a 231 miliardi. «Dopo quattro anni di stagnazione a quota 132 miliardi, fenomeno senza precedenti dal dopoguerra - osserva Scordamaglia - la produzione dovrebbe ripartire e raggiungere i 134 miliardi. L'export invece, in assenza di forti turbative internazionali, dovrebbe posizionarsi su un passo attorno al 5%. Più vicino all’obiettivo dei 50 miliardi entro il 2020».

L’inversione di tendenza della produzione è avvenuta nell’ultimo bimestre del 2016. «La produzione alimentare - spiega il presidente - che in gennaio-ottobre navigava ancora su un +0,3%, ha messo a segno in chiusura un +1,1%, che è il più robusto incremento dal 2010». Insomma una velocità d’uscita di rilievo per il 2017, «anno che dovrebbe segnare, per la prima volta, variazioni positive per tutti e tre i grandi parametri congiunturali, non solo produzione ed export, ma anche vendite alimentari interne». Sempre che il Governo non ritocchi le aliquote Iva.

Quali i settori trainanti del 2016? Si sono distinti la lavorazione del tè e del caffè (+11,7%), le paste alimentari (+5,6%) e l’ alimentazione animale (+4,9%). Nell’export hanno invece ha brillato lo zucchero (+19,3%), il molitorio (+18,5%) e il caffè (+10,3%). Il vino (con mosti e aceti) rimane il comparto più importante (20% di incidenza), con oltre 6 miliardi, seguito, a molta distanza, dal lattiero caseario con 2,7 miliardi.

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I primi 10 Paesi per export, dati 2016 in milioni di euro e variazione % sul 2015

Buona la spinta dell’export del 2016, anche se in frenata rispetto al +6,7% dell’anno prima (che però beneficiò del boom del dollaro) «ma senza dubbio positiva - osserva Scordamaglia - in un contesto internazionale molto più difficile, contraddistinto da un crescendo di misure protezionistiche e da un rallentamento del commercio mondiale». Rammenta che durante la presidenza Obama le misure di stampo protezionistico adottate nel mondo sono salite a 3.500, con in testa gli Usa.
Quanto al mercato italiano, nel 2016 le vendite di prodotti alimentari sono state deboli, -0,5% a valore, dopo il taglio di 15 punti (in valuta costante) accumulato durante la crisi del 2007-2015. «E anche oggi il mercato rimane debole e fragile» sottolinea Scordamaglia.

Grande preoccupazione, invece, per le possibili conseguenze della proposta di etichettatura a semaforo presentata da sei multinazionali (Coca-Cola Company, Mars, Mondelez International, Nestlé, PepsiCo e Unilever) a Bruxelles. Questo sistema, collaudato nel Regno Unito, consiste in un bollino cromatico (verde, giallo o rosso) applicato sul prodotto per indicare la presenza di grassi, zuccheri o sale, indipendentemente dalle quantità consumate. «Classificare i cibi come più o meno sani in base a questo sistema - dice Scordamaglia - è un’aberrazione». In effetti si genererebbe un paradosso: prodotti di alta qualità come il Parmigiano reggiano, il prosciutto di Parma e la mozzarella avrebbero un bollino rosso mentre una bevanda gassata con edulcoranti chimici ne avrebbe uno verde. Le multinazionali hanno chiesto il coinvolgimento della Ue, ma, di fatto, potrebbero applicare il sistema delle etichette a semaforo senza incorrere in nessun reato. Come è avvenuto in Gran Bretagna, salvo il cartellino giallo mostrato successivamente da Bruxelles, ma vanificato da Brexit.

Infine, il presidente di Federalimentare ritiene sbagliato riproporre l’obbligo di indicazione dello stabilimento d’origine a livello nazionale: con questa norma «un qualsiasi imprenditore tedesco o francese con una semplice ragione sociale a qualsiasi titolo nel nostro Paese può spacciarsi per italiano, con gravi danni per tutto il sistema».

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