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Papa Francesco, il lavoro e la sfida dell’innovazione

L'Analisi|capitale umano

Papa Francesco, il lavoro e la sfida dell’innovazione

Non è la prima volta che Papa Francesco ricorda che dal lavoro dipende la dignità umana, ma nel corso dell’Udienza Generale del 15 marzo si è spinto oltre, sostenendo che «Chi, per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari, chiude fabbriche, chiude imprese lavorative e toglie il lavoro agli uomini, compie un peccato gravissimo».

Dalla Rerum Novarum (1891) di Leone XIII la Dottrina Sociale della Chiesa ha apertamente preso in considerazione «i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria», analizzando la tensione dinamica tra progresso e conflitti che possono derivare dal cambiamento. Novanta anni dopo, Giovanni Paolo II nella Laborem Exercens fa un elogio della tecnica, definendola «alleata del lavoro», affermando però al tempo stesso che «la tecnica da alleata può anche trasformarsi quasi in avversaria dell’uomo», come quando la meccanizzazione del lavoro soppianta l’uomo, togliendogli ogni soddisfazione personale e lo stimolo alla creatività e alla responsabilità; quando sottrae l’occupazione a molti lavoratori prima impiegati, o quando, mediante l’esaltazione della macchina, riduce l'uomo ad esserne il servo».

Papa Francesco fa un altro passo avanti, quando nell’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” dice senza mezzi termini «No a un’economia dell’esclusione». Ora, senza voler interpretare o parafrasare le parole di Papa Bergoglio, sembra proprio che emerga una supremazia del lavoro, in quanto fonte di dignità, su qualunque altra valutazione economica. Si tratta di una prospettiva coerente con la pragmatica sociale gesuita e con l’esperienza di un Papa che viene “dalla fine del mondo”, ma che ormai ha fatto esperienza diretta delle contraddizioni della società occidentale industrializzata. Mentre le Encicliche che hanno preceduto Francesco hanno costruito una dottrina sociale, quasi un prodotto cattolico nel mercato delle teorie sociali ed economiche, l’ammonizione del Papa non si presenta come una dichiarazione ideologica, ma piuttosto come una preoccupazione di chi esprime una verità anche con finalità maieutiche: se non siamo in grado di costruire una società degna, è Male. Si tratta di un argomento di estrema attualità e complessità, collegato ai più recenti risultati della ricerca scientifica e tecnologica, nonché alle conseguenti applicazioni. Il processo di innovazione tecnologica, che ha solo iniziato a cambiare la società, può portare a miglioramenti impensabili nella vita delle persone, ma allo stesso tempo, esiste il rischio di una trasformazione talmente radicale da rendere rapidamente obsoleta una quota molto significativa di lavoratori. Gli esempi sono già molto numerosi: l’home banking ha reso inutile il lavoro dei cassieri, le diverse facce della peer-to-peer economy allarma taxisti e retailer, i robot sfidano operai e chirurghi, per non parlare delle applicazioni derivanti dall’intelligenza e dalla visione artificiale. Ormai è chiaro che non si tratta di fantascienza, ma di un processo in corso che molto probabilmente tenderà ad accelerare con un andamento non lineare, ma esponenziale.

“Esiste il rischio di una trasformazione talmente radicale da rendere rapidamente obsoleta una quota molto significativa di lavoratori”

 

Imprenditori e manager non sembrano avere molte alternative a disposizione perché le imprese che resteranno indietro sono destinate a cadere sotto la falce della selezione, così come i servizi pubblici antiquati stanno diventando talmente inefficienti da rappresentare un fardello insopportabile per qualsivoglia società. Probabilmente questa trasformazione richiederà nuove competenze e offrirà nuovi posti di lavoro, ma indubbiamente espone l’economia globale al rischio di una nuova disoccupazione per obsolescenza delle risorse umane.

Se da una parte è indiscutibilmente necessario investire con grande determinazione perché l’economia italiana riesca a stare sull’onda dell’innovazione, dall’altra è necessaria una riflessione ampia sulle implicazioni del cambiamento. Le parole di Papa Francesco rappresentano una sfida per gli stati, per l’economia capitalistica e anche per quei mondi, come la cooperazione, da cui ci si potrebbe attendere qualche suggerimento in termini di nuovi modelli di solidarietà sociale in grado di affrontare i problemi emergenti. Alcuni strumenti esistono: riqualificazione professionale, progetti per ridurre lo skill mismatch, network territoriali tra istituzioni, imprese, istituti superiori e università, strategie mirate ad accompagnare l’inserimento di innovazioni radicali. Alcuni imprenditori si stanno ponendo il tema della redditività come obiettivo vincolato da alcune condizioni di sostenibilità, ma è chiaro che casi singoli possono solo rappresentare modelli interessanti eventualmente da imitare e non una soluzione di sistema.

“Probabilmente questa trasformazione richiederà nuove competenze e offrirà nuovi posti di lavoro, ma espone l’economia al rischio di una nuova disoccupazione per obsolescenza delle risorse umane”

 

Interessante notare come Papa Bergoglio non parli mai di tutela del posto di lavoro, ma si metta dalla parte della difesa del lavoro. Questo aspetto è molto rilevante in un momento di accelerazione del processo di distruzione creativa perché la componente distruttiva sta diventando molto più rapida di quella creativa, ponendo la responsabilità di cogliere tutte le nuove opportunità derivanti, ad esempio, dalla green economy e dalla blue economy. Questa sfida richiede uno sforzo collettivo, obbliga a una discussione ampia e inclusiva, in quanto solo la società nel suo insieme e i territori nella propria specificità possono cercare di reagire all’impatto delle nuove tecnologie che tolgono posti di lavoro.

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