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Tassare i robot è una scorciatoia senza sbocchi

L'Analisi|innovazione

Tassare i robot è una scorciatoia senza sbocchi

La proposta di Bill Gates di tassare il lavoro dei robot in modo analogo al lavoro dell’uomo sta alimentando un fervente dibattito che si inquadra nella più ampia questione del futuro del lavoro e della tassazione come strumento di giustizia sociale.

A ben guardare quello che all’apparenza è un tema di profonda attualità affonda le radici nelle prime esperienze di automazione, che diedero vita alle prime riflessioni circa l’esistenza di un possibile trade-off tra occupazione dell’uomo e avanzamento tecnologico. Il dibattito tra gli economisti al riguardo è stato opportunamente etichettato da J. M. Keynes negli anni ’30 con l’espressione “disoccupazione tecnologica”.

Lo studio della disoccupazione tecnologica ha sostanzialmente rilevato che nel breve periodo si registrano perdite di lavoro umano e che tali perdite tendono a colpire quei settori che richiedono lavoro meno qualificato; in una naturale ottica evolutiva, infatti, le macchine vengono sviluppate per compiere lavori semplici, per poi evolversi verso l’esecuzione di quelli maggiormente complessi. Il punto su cui non esiste accordo riguarda gli effetti di lungo termine dell’innovazione tecnologica sul lavoro. Da un lato, c’è chi sostiene che nel lungo periodo intervengano effetti compensativi, in grado di creare tanti nuovi lavori quanti ne sono andati perduti e che quindi l’innovazione tecnologica sia una sorta di “distruzione creativa” del lavoro umano; dall’altro, chi ritiene che si generino perdite nette e durature di lavoro, che in scenari futuristici finirebbero col decretare l’obsolescenza umana in tutti i campi.

Fin dalle prime riflessioni, la disoccupazione tecnologica è stata dunque accompagnata da un sentimento di paura del cambiamento, che si acuisce nelle fasi in cui l’innovazione accelera. Quando - come oggi accade - ci si trova sull’orlo di una nuova rivoluzione industriale c’è il rischio che la paura annebbi il giudizio e che si risveglino sentimenti anti-macchina, sentimenti “luddisti”.

La tassazione delle macchine, in questo contesto, viene proposta come una soluzione per alleviare le paure del nostro tempo; vista così la proposta di Bill Gates appare comprensibile, ma rimane concettualmente sbagliata.

Entrando nel merito, va innanzitutto individuato qual è il nostro obiettivo come società; se, come crediamo, questo sia il benessere per il maggior numero possibile di individui, allora sappiamo anche che, a tendere, tale obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una combinazione di crescita economica e distribuzione della ricchezza. Non possiamo disincentivare l’uso delle macchine, perché sono più produttive dell’uomo, senza rinunciare a massimizzare la ricchezza.

Per ridare vigore alla crescita, non dobbiamo dunque tassare, ma al contrario incentivare gli investimenti delle imprese per favorirne la transizione tecnologica. Ciò in Italia è stato fatto anche mediante l’utilizzo della leva fiscale (si pensi, ad esempio all’iper-ammortamento introdotto per i beni strumentali all’industria 4.0); appare quanto meno contraddittorio introdurre ora meccanismi che vadano a tassare quegli stessi investimenti, per rallentarne la loro effettuazione.

Sul piano sistematico della tassazione di impresa, la proposta in discussione appare altrettanto sbagliata, poiché i fattori della produzione (tra cui i robot) generano un reddito che è già soggetto ad autonoma imposizione fiscale in capo all’impresa.

Neanche l’idea che l’eccessiva rapidità di diffusione dell’uso dei robot possa produrre nel breve periodo esternalità negative sul lavoro tali da dover essere corrette mediante l’uso di strumenti fiscali (con imposte c.d. pigouviane, non dissimili dall’uso di una carbon tax per disincentivare l’emissione di CO2) sembra cogliere nel segno, poiché presuppone una modalità inefficiente di tassazione della maggiore ricchezza che l’uso dei robot genera.

Il vero tema, come già detto, riguarda come la ricchezza prodotta dai robot debba essere redistribuita una volta generata.

Le necessarie correzioni sistematiche per contenere il più possibile gli effetti negativi sull’occupazione derivanti dall’aumento dell’uso di robot, che verosimilmente avverrà ad un ritmo più rapido rispetto a quello con cui si forma nuova occupazione, dovranno, a nostro avviso, passare attraverso meccanismi di potenziamento del welfare dei lavoratori; e, soprattutto, attraverso sistemi di riqualificazione professionale più incisivi e che sappiano guardare al futuro (si pensi a quanti lavori non esistevano 20 anni fa, ad esempio legati allo sviluppo di Internet, per avere un’idea della capacità di mutamento del mercato del lavoro).

Programmi di welfare e riqualificazione professionale possono essere finanziati nel breve periodo con il maggior reddito generato e tassato. Ma ancora, tale tassazione deve avvenire in maniera non distorsiva, deve cioè colpire il frutto del lavoro (sia esso di uomini o di macchine) e non lo strumento di lavoro.

Per inciso, si tratta di un percorso che le imprese italiane stanno già cercando di intraprendere, favorite anche dalle recenti misure che consentono la programmazione di percorsi professionali qualificanti e, sul piano fiscale, di attribuire un miglior trattamento a programmi di welfare aziendale.

Questi sono solo i primi passi da muovere su un sentiero più ampio e lungo, che porterà in un futuro sempre meno lontano a nuovi paradigmi della produzione e inevitabilmente a nuovi assetti nella distribuzione della ricchezza e dunque nella tassazione.

Per mantenere la coesione sociale serviranno risposte concrete e sopratutto proposte che sappiano coniugare l’inarrestabile spinta allo sviluppo tecnologico con il perseguimento della giustizia sociale, dopotutto siamo umani e non robot.

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