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Industria 4.0 avvia il reshoring

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Industria 4.0 avvia il reshoring

Costi e tempi logistici, effetto “made in”, servizio al cliente: sono i principali fattori che hanno motivato il reshoring, in questi anni di crisi, tra le imprese occidentali.Ma lasciando il fenomeno sempre confinato alla nicchia: secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Uni-Club MoRe Back-reshoring (team interuniversitario di lavoro tra Modena, Catania, L’Aquila, Udine e Bologna) si parla di 121 casi registrati in Italia di aziende che hanno riportato la produzione in patria dall’inizio della crisi globale - quasi esclusivamente tra moda (41%), elettronica (25%) e meccanica (16%) - su 376 casi in Europa e altri 329 in Nord America.

Quegli stessi fattori sono però oggi amplificati esponenzialmente dall’avvento della fabbrica 4.0 e diventano valori cui il consumatore (sempre più consum-attore che interagisce con la produzione) non è disposto a rinunciare: prodotto su misura, alta qualità e consegna immediata impongono lavorazioni “in casa” con flessibilità estrema e lotti minimi. Impensabile soddisfare questa domanda con container che arrivano dalla Cina in sei settimane, che si tratti di macchinari o di abbigliamento.

«Stiamo completando in questi giorni l’analisi dei dati 2016 e i numeri sono ancora bassi e statisticamente non certi - spiega Luciano Fratocchi, professore di Ingegneria economico-gestionale dell’Università dell’Aquila - perché le stesse aziende sono restie a ufficializzare la scelta di tornare all’in-house, che equivale ad ammettere la precedente delocalizzazione, come fosse un’onta. Sono sempre dinamiche competitive complesse a determinare le decisioni di localizzare le lavorazioni dentro o fuori i confini e più che le politiche protezionistiche e le incertezze geopolitiche mondiali saranno le esigenze della produzione 4.0 a dare una forte accelerazione al fenomeno reshoring nei prossimi anni».

Gli interventi pubblici si sono rivelati fin qui uno strumento poco efficace per convincere gli imprenditori italiani a rivedere le scelte di delocalizzazione: chi rientra cerca il valore aggiunto del “made in” (41,6% dei casi) e della qualità sia del servizio al cliente (24,8%) sia del prodotto (17,8%), mentre è poco motivato da ragioni di vantaggio economico. «In effetti il progetto che abbiamo portato avanti negli ultimi due anni come Sistema Moda Italia, con Pwc e Mise, per spingere il reshoring nei distretti di Puglia e Veneto, anche attraverso misure governative e regionali che riducessero il gap di costo tra il “made in Italy” e l’“out of Italy”, ha dato scarsi risultati», conferma Mauro Chezzi, vicedirettore di Sistema Moda Italia.

Altrettanto convinto però che «sarà Industria 4.0 a ripopolare le casistiche del reshoring anche nel tessile-abbigliamento, perché il vantaggio si sposta ora dal costo alla filiera». Perché il cliente vuole il capo su misura in tempi rapidissimi nel negozio di fiducia (o direttamente a casa, con l’e-commerce) e il fast fashion di alta qualità può essere garantito solo da una produzione di prossimità, dentro la fabbrica o in una filiera a chilometro zero.

«Purtroppo non ci sono statistiche ufficiali ma i picchi di lavoro denunciati dai subfornitori - precisa Fratocchi - e l’exploit di domanda di nuove macchine per le lavorazioni ci dicono che sono molti i marchi italiani, francesi, spagnoli del fashion che stanno riportando le produzioni alle filiere locali». Un discorso che si allarga a tutta la meccanica sia tedesca sia italiana. In particolare nel Nord-Est, area protagonista del reshoring domestico, con 36 casi in Veneto e 21 in Emilia-Romagna. Solo terza la Lombardia con 18 episodi. «Il reshoring è un fenomeno strettamente correlato alla forza di filiere e distretti che concentrano competenze e flessibilità - sottolinea Paolo Barbieri, professore di Scienze aziendali dell’Università di Bologna - e che garantiscono perciò quei plus di qualità, ricerca, innovazione, controllo, autenticità e vicinanza al cliente che non si possono assicurare demandando i processi a stabilimenti in Asia (46% dei rientri sui 121 casi nazionali) o in Est Europa (24% dei rientri)».

Ma c’è un’altra spinta emergente che sta cambiando radicalmente le scelte “in” o “out” border delle imprese ed è l’attenzione crescente del consumatore al tema del produrre sostenibile: valutazione economica, ambientale e sociale camminano sempre più in parallelo nella scelta d’acquisto. Il caso Adidas, che dopo vent’anni è tornata a produrre in Germania in fabbriche green ad alta robotizzazione, sta facendo scuola.

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