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Spento il Centro oli Val d’Agri: Eni avvia il trattamento delle acque

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Spento il Centro oli Val d’Agri: Eni avvia il trattamento delle acque

Da oggi il Centro Olio Val d’Agri di Viggiano si è fermato del tutto. Mentre i valori di contaminazione sono ormai al di sotto della soglia e il trend è di un abbassamento dei livelli di inquinamento, la produzione di idrocarburi della Basilicata scende a zero. Non una goccia di greggio uscirà dal sottosuolo per i prossimi 90 giorni a causa dello stop imposto all’Eni dalla Regione Basilicata nella delibera emessa alla vigilia di Pasqua. Sempre oggi, intanto, entra in funzione l’impianto mobile della Syndial, arrivato due giorni fa dalla Sardegna per il trattamento delle acque di scolo, da inviare poi al depuratore. Un impianto necessario a fronte delle centinaia di autobotti cariche di acque da caratterizzare, prima di inviare al depuratore, che hanno saturato l’intero piazzale del Centro Olio. Quasi impossibile occupare altri spazi e disporre di altri mezzi. Si è dovuto ricorrere anche ad autorizzazioni di emergenza.

Si poteva evitare la chiusura?
A fronte di tutto questo, sorge il dubbio: ma la chiusura del Centro Olio si poteva evitare? Ripercorriamo le tappe conseguenti alla perdita di idrocarburi che si era verificata ai primi di febbraio da un serbatoio all’interno del Cova e poi precipitata la settimana scorsa per i timori di un’estensione della contaminazione dopo i controlli sulle acque del canale di drenaggio del Consorzio industriale a Fosso del Lupo a 1 km e mezzo dalla Fondovalle dell’Agri. Quindi, vertice di urgenza in Prefettura a Potenza e poi stop della Regione. In mezzo, c’è la diffida, il 13 marzo, della Regione a Eni, ad utilizzare solo i serbatoi a doppio fondo e di svuotare gli altri; il successivo ricorso al Tar della Basilicata da parte dell’Eni (il 23 marzo) e la sospensiva concessa alla società (il 5 aprile).

I serbatoi
È evidente che ottemperare alla diffida significava chiudere il Centro Olio, vista l’impossibilità dell’impianto, come evidenziato dallo stesso Mise, oltre che dall’Eni, di operare con un unico serbatoio, quello a doppio fondo, sia per motivi di operatività dell’impianto, che di natura fiscale. Al punto che Eni stava valutando anche soluzioni alternative, come quella di servirsi di un secondo serbatoio presso la raffineria di Taranto. Ma bisognava procedere con tutte le necessarie autorizzazioni fiscali e doganali. Una questione di tempi, del resto anche per realizzare il doppio fondo dei tre serbatoi (il primo dei quali come annunciato dall’Ad di Eni, Claudio Descalzi al ministro Calenda sarà ultimato a fine maggio). Poi gli eventi della vigilia, il picco in alcuni valori e la scelta della Regione di fermare tutto.

Il confronto a livello nazionale
Le posizioni si irrigidiscono, la Regione sposta il confronto davanti al Mise e all’Ambiente. Il ministro Galletti si è detto disponibile alla convocazione di un tavolo tecnico nazionale, che si terrà dopo il primo maggio. La Regione Basilicata solo dopo l’incontro nazionale, incontrerà Eni per discutere tempi e modi di applicazione della delibera e delle successive ispezioni da parte di Arpab e Ispra per verificare le attività poste in essere dalla società. Anche Confindustria Basilicata è in attesa di ottenere un incontro con la Regione.
La posizione di Eni
Eni, intanto, ribatte. «Riteniamo di aver ottemperato a tutte le prescrizioni, nel rispetto dei tempi» avvertendo sui rischi connessi alla realizzazione di una barriera idraulica di allargare la contaminazione emungendo anche dai pozzetti risultati non contaminati. I valori rilevati – evidenzia Eni -, fatta eccezione del picco del 6 aprile, quando sono emersi elementi inquinanti al di sopra della soglia stabilita in corpi idrici superficiali, e il trend segnala un abbassamento dei livelli di contaminazione».
Ma poi puntualizza anche che «alcune sostanze inquinanti non sarebbero riconducibili alle attività della compagnia petrolifera». Il riferimento è allo stirene e al benzopirene (tra le principali fonte di quest’ultimo c’è la combustione di materia organica gas di scarico dei motori diesel, un traffico notevolmente aumentato in Valle). Di qui la richiesta di un quadro storico di tutti gli insediamenti dell’area industriale per poter procedere alla bonifica che non potrà comunque partire se la Regione non convocherà la Conferenza di servizi, per discutere il piano di caratterizzazione, già sollecitata a inizio mese.
Perdita economica
L’obiettivo è di non andare oltre i 90 giorni, oltre i quali le ripercussioni economiche e occupazionali sarebbero ancora più gravi. «Una perdita che per 3 mesi – ribadisce il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli – equivale a 250 milioni di euro, che si traducono in più greggio da importare, che significa ricchezza trasferita all’estero, meno lavoro, meno tasse, meno royalties, meno pil. Si giustifica la chiusura per un principio di precauzione? Questa situazione riflette il gap esistente tra Italia e resto d’Europa. Tra nord e sud. La mancanza di una cultura industriale».
La domanda ancora senza risposta: a quanto ammonta la perdita di petrolio? Dalle indagini fatte con i traccianti, spiegano i tecnici del Mise lo sversamento si è avuto da un solo serbatoio. Si stanno facendo tutte le verifiche per quantificarla. Bisogna tener conto della temperatura, della pressione, della densità, della stratificazione in rapporto al volume totale. E più le perdite sono basse, più è complessa la rilevazione.

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