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Allarme dell’industria bolognese: servono periti tecnici o non si…

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Allarme dell’industria bolognese: servono periti tecnici o non si cresce

La campanella d’allarme ogni tanto scatta e quando suona stordisce, soprattutto in una terra come l’Emilia, ecosistema modello per competitività grazie alle sinergie tra tessuto istituzionale, formativo e imprenditoria, come testimonia la scelta di diverse multinazionali che si sono insediate in regione: le fabbriche sono affamate di tecnici, ma sul mercato non si trovano. In un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile sopra il 35% è un assurdo. Questo l’effetto sortito dalle parole di due giorni fa dei vertici di Philip Morris Italia, che dopo aver assunto 600 persone nella nuova, futuristica fabbrica di sigarette iQos nel Bolognese, denunciano che servirebbero sul territorio, lungo la loro filiera, almeno 1.000 tecnici l’anno, contro i 300 sfornati dagli istituti superiori.

Parole che risollevano la questione del profondo sfasamento tra sistema culturale e produttivo del Paese, con una riforma Gelmini che ha spinto la licealizzazione dell’istruzione superiore, penalizzato i professionali e tolto ore di specializzazione nel triennio degli istituti tecnici. La rotta sta iniziando a invertirsi, tra il piano per la Buona scuola (l’alternanza scuola-lavoro in particolare) e lo sforzo di squadra messo in pista, nel triangolo emiliano della meccanica, dal sistema imprenditoriale «per spronare la cultura tecnica, fin dai banchi delle scuole dell’obbligo, come opportunità professionale e occupazionale di valore», sottolinea Alberto Vacchi, presidente di Unindustria Bologna e del gruppo Ima. Colosso delle macchine automatiche che di giovani, tra periti e ingegneri, ne assume circa 200 ogni anno, metà nell’headquarter bolognese e conferma le difficoltà a trovare nuove leve competenti. Al pari dei colleghi di Marchesini Group, che tra l’apertura dello stabilimento a Carpi (Modena) e il boom di commesse sta cercando solo in questo mese 60 persone nella packaging valley (soprattutto periti e ingegneri meccanici, elettronici, elettromeccanici) e non le trova.

Non si travisi il mio grido di allarme, premette Eugenio Sidoli, presidente e ad di Philip Morris Italia, «perché il sistema territoriale di Bologna dimostra di essere tra i più competitivi d’Europa e ci ha permesso tra l’altro la perfetta riuscita del nostro investimento in Valsamoggia nei tempi e nelle modalità che avevamo previsto. È altrettanto vero però che Bologna sta attraversando un momento chiave per il suo sviluppo, in cui è necessario continuare a fare sistema tra istituzioni, imprese e scuole per cogliere appieno le opportunità generate da chi qui sta investendo: l’aumento dell’offerta di personale tecnico specializzato in questo senso è uno degli elementi chiave».
Da sola Philip Morris Manufacturing & Technology impiega nel Bolognese oltre mille persone, 600 sono state assunte da gennaio 2014. Un altro centinaio opera nelle ditte esterne per servizi di facility management.

Che qualcosa si stia muovendo lo confermano però non solo le iniziative portate avanti dal sistema produttivo, come il progetto guidato da Unindustria Bologna e sottoscritto dai più grossi marchi meccanici locali (tra cui non solo Philip Morris e Marchesini ma anche Bonfiglioli, Ducati, Sacmi, Carpigiani, Marposs) “Istruzione tecnica: la scelta che rifarei”, ma i numeri dell’Aldini Valeriani, il più antico e importane istituto tecnico industriale del territorio: «Abbiamo il 20% in più di iscritti per il prossimo anno scolastico, 433 studenti al primo anno - conferma il dirigente scolastico Salvatore Grillo - le famiglie cominciano a porsi il problema del lavoro per i figli. Il via al festival della cultura tecnica e l’impegno di Unindustria ha aiutato, così come gli investimenti sui nostri laboratori e i corsi di lingue e di specializzazione».

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