Impresa & Territori

Dal mondo dell’acciaio la richiesta di regole e tutele per il settore

siderurgia

Dal mondo dell’acciaio la richiesta di regole e tutele per il settore

C’è tutta la geografia dell’acciaio che cambia, nella tre giorni di Made in steel, la fiera biennale dedicata alla siderurgia, al debutto ieri e ospitata fino a sabato negli spazi di Fiera Milano. Ci sono i campioni nazionali dell’acciaio a forno elettrico del nord Italia, gli agguerriti produttori turchi (record storico di presenza quest'anno), lo stand di Aferpi (la holding algerina che sta tentando senza successo il rilancio dell’ex Lucchini di Piombino), quello dell’ Ilva in amministrazione straordinaria e, pochi passi dopo, quelli dell’indiana Jsw e della franco-indiana ArcelorMittal (i due player stranieri delle due cordate in gara per gli asset Ilva). Racchiusi in poche centinaia di metri ci sono i protagonisti di una filiera in ebollizione, che chiede regole e tutele, pressata dagli operatori dei paesi emergenti che, spesso in dumping, si contendono le quote di un mercato in overcapacity produttiva.

Il comparto sta vivendo una stagione di moderata ripresa, dopo anni in cui l’output ha subito un serio ridimensionamento. Nel primo trimestre la produzione italiana ha fatto segnare un incremento del 5,5%, a 6,122 milioni di tonnellate, grazie alle buone performance del comparto dei lunghi, trainato dai consumi della meccanica. È stato il miglior trimestre degli ultimi tre anni. Migliora anche la bilancia commerciale, che resta però in deficit: a fronte della riduzione delle importazioni cinesi (frenate dai dazi antidumping decisi dalla Ue) crescono le vendite di Egitto, India e soprattutto Turchia.

La fiera (+5% gli spazi espositivi rispetto al 2015, +11% il fatturato) rilancia l’esigenza di una ragionamento di filiera, non a compartimenti stagni. Nell’immediato la richiesta degli operatori, sintetizzata ieri nel forum d’apertura di Made in steel, non è però di una chiusura delle frontiere tout court, ma di un commercio a pari condizioni.

«Per cogliere le opportunità del mercato che cambia - ha spiegato Mario Caldonazzo, ceo di Finarvedi, in rappresentanza di Eurofer -, dobbiamo potere sopravvivere e generare risorse per investire. L’Action plan licenziato negli anni scorsi andava nella giusta direzione, indicando come rilanciarsi in un contesto di aggravio dei costi di trasformazione». Il ragionamento deve essere ampio: «Ci sono paesi europei che hanno consapevolezza di essere piccoli, altri che la devono ancora maturare - ha detto il sottosegretario alla presidenza del consiglio Sandro Gozi -: ben venga la sollecitazione per un piano Davignon globale, ne stiamo già parlando con la Cina, ma dobbiamo imparare a uscire dal nostro contesto, cambiare l’approccio mentale».

© Riproduzione riservata