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Il sistema delle pmi al bivio (decisivo) della sostenibilità

L'Analisi|CAPITALE UMANO

Il sistema delle pmi al bivio (decisivo) della sostenibilità

Si è tenuto a Boogna il G7 Ambiente, a conclusione di una settimana voluta dal Ministro dell’Ambiente Galletti in cui si è discusso di sostenibilità ed economia circolare in oltre 70 eventi che hanno coinvolto istituzioni, imprese e università. Un aspetto innovativo di questo G7 riguarda l’attenzione alle Pmi e alle start-up che normalmente sono lasciate sullo sfondo di una dibattito che riguarda anzitutto governi e grandissime imprese.

In un momento in cui il tema ambientale agita le relazioni internazionali e in attesa di conoscere i risultati dei lavori dei Ministri dell’Ambiente, il Paese ha discusso su modelli di produzione, di scambio e di consumo, con l’obiettivo di minimizzare l’utilizzo di acqua, terra, aria e combustibili fossili. Pilastri centrali di questo nuovo modello di sviluppo economico sembrano essere simbiosi industriale, chimica verde, design industriale, energie rinnovabili, big data. I progetti che sono stati presentati mostrano come l’Italia rappresenti un contesto vivace e pronto a guidare il cambiamento necessario per realizzare modelli sostenibili di sviluppo.

Senza dubbio che l’economia circolare costituirà il futuro della società e verosimilmente porterà a una quinta rivoluzione industriale, ma è altrettanto evidente che sarà necessario un profondo cambiamento nei modelli di business delle imprese. Per riconfigurare il modello di business è necessario ripensare alla proposizione di valore, ridefinire l’approccio al mercato, le modalità di utilizzo delle risorse e, non da ultimo, la misurazione delle prestazioni, dove logiche di costo e ricavo sul singolo prodotto o servizio dovranno cedere il passo ad analisi sull’intero ciclo di vita, includendo riutilizzo o eventuale smaltimento.

In tale contesto, le imprese tendono a polarizzarsi tra grandi imprese, che hanno già avviato programmi di integrazione della sostenibilità e imprese di minori dimensioni che sono più indietro, salvo alcune Pmi virtuose o trainate dal cambiamento della filiera. A queste si aggiungono le start-up e gli spin-off di progetti di ricerca universitari che portano la circolarità nel proprio Dna.

In un sistema economico (italiano ed europeo) dove la grande maggioranza delle imprese ha un basso numero di addetti, le Pmi corrono il rischio di esser marginalizzate o esser forzate ad adottare modelli poco adeguati alla propria realtà in quanto pensati sulla base di caratteristiche ed esigenze di altre realtà; infatti, le Pmi non hanno la flessibilità gestionale delle start-up e neppure la disponibilità di risorse tipica delle grandi corporation. Appare dunque necessario proseguire la riflessione su modelli ispirati alla circolarità che possano essere adottati anche dalle Pmi, con l’obiettivo di mantenere un’elevata profittabilità.

Far questo non è semplice e numerose sono le barriere, da mancanza di un approccio sistemico che coinvolga istituzioni e imprese, a bassa armonizzazione delle normative su temi di sostenibilità a livello Ue, nazionale e regionale; a difficoltà burocratiche nell’applicazione della normativa sulla sostenibilità (es. rifiuti, acqua) da parte delle aziende, solo per citarne alcune. I casi d’eccellenza certamente non mancano, basti pensare a Wasp, azienda di Massa Lombarda che produce stampanti 3D e prima azienda al mondo ad avere stampato una casa utilizzando un impasto di terra di campo e paglia, nella prospettiva di stampare abitazioni a basso costo per i paesi in via di sviluppo. Oppure Five, produttrice di bici e scooter elettrici, che ha recentemente rilocalizzato tutta la sua produzione dalla Cina all’Italia inaugurando a Bologna un innovativo impianto produttivo completamente autosufficiente sotto il profilo energetico (Zero Energy Building).

Inoltre, i risultati di una recente indagine di Eurobarometro su un campione di imprese dei 28 paesi Ue evidenziano che circa il 67% delle Pmi italiane ha intrapreso, negli ultimi tre anni, qualche attività legata alla sostenibilità, in particolare per ridurre i rifiuti tramite riciclo e riuso. Sembra dunque che ci sia un interesse diffuso su questi temi, anche se si sa ancora troppo poco sui problemi e sui comportamenti effettivi delle le Pmi italiane in questo campo.

Anche le start-up vanno guardate con attenzione perché, se da una parte è indubbio che la creatività e la ricerca producano nuove iniziative imprenditoriali che hanno a che vedere con la sostenibilità e con l’economia circolare, d’altro canto è difficile immaginare quali debbano essere le caratteristiche di ecosistemi territoriali che facilitano la crescita di queste iniziative. Infatti, mentre nei casi più noti a livello internazionale esiste una specializzazione settoriale nei contesti dove nascono cluster di start-up, in questo caso le start-up che operano nel campo della sostenibilità si basano su tecnologie differenziate che rendono dunque molto più difficile la creazione di poli ad alta concentrazione di nuove imprese che si fertilizzano reciprocamente.

Nella Salinas Valley (zona di Monterrey, California), dove si produce quasi il 100% dell’insalata consumata negli Usa (oltre a pomodori, carciofi, broccoli, cavolfiori, uva, sedano e spinaci) si sta assistendo allo sviluppo di una grande laboratorio all’aperto in cui l’innovazione prende la forma di droni, mezzi agricoli a guida autonoma, sensori e algoritmi basati sull’analisi dei dati. Ci si potrebbe chiedere dunque se lo sviluppo di start-up per la sostenibilità tragga vantaggio da specializzazioni settoriali ovvero sia la cultura della sostenibilità l’elemento unificante.

In Italia esistono diversi territori che possono candidarsi a svolgere un ruolo in questo campo, dove università e istituzioni hanno sviluppato una buona capacità di collaborazione e dove servirebbe riuscire a connettere anche imprese interessate all’open innovation o al corporate venture, oltre a operatori specializzati nel finanziamento di nuove imprese. Queste cose non si fanno da soli, ma serve connettere attori complementari. Chissà che questo G7 non possa lasciare in Italia un progetto ambizioso di sviluppo di queste attività.

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