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Aceto balsamico di Modena nel caos: si sfascia il Cda del consorzio

DENOMINAZIONI

Aceto balsamico di Modena nel caos: si sfascia il Cda del consorzio

(Marka)
(Marka)

Sono tempi agri per l’aceto balsamico di Modena: prima la minaccia di una nuova denominazione concorrente trentina, poi le dimissioni del presidente del Consorzio di tutela Aceto balsamico di Modena, Stefano Berni; a ruota quelle del consigliere Armando De Nigris. Mentre incombe la decisione della Corte di giustizia europea sull’utilizzo del termine “balsamico” anche per produzioni non tipiche emiliane. Motivazioni diverse con un comune denominatore: la difficoltà a garantire contemporaneamente interessi economici di grandi e piccoli produttori dell’oro nero e la valorizzazione di nicchia di territori e tipicità.

Berni - che è anche direttore generale dell’ente di tutela del Grana padano - aveva assunto la guida delle acetaie modenesi nel 2013 prevedendo un incarico di breve termine per il lancio del nascente consorzio della Igp. E dopo quattro anni al timone, di fronte alle spaccature all’intero del Cda, ha scelto di tornare a dedicarsi a tempo pieno al formaggio a pasta dura, perché ritiene «conclusa la funzione di presidente super partes di garanzia».

Armando De Nigris, invece, è titolare del più grande produttore ed esportatore italiano di balsamico, Acetifici Italiani di Modena, che controlla il 27% del mercato mondiale dell’aceto ( 30 milioni di litri l’anno di capacità, 77 milioni di euro di fatturato 2016 per l’80% export) e motiva le sue dimissioni e l’uscita della sua azienda dal consorzio «come atto di rottura nei confronti di un organismo che non tutela più autonomia e terzietà delle decisioni, ma fa propri i problemi dei pochi grandi produttori: in Cda siedono 4 aziende industriali che da sole rappresentano oltre il 60% della produzione della Igp. Invece - aggiunge De Nigris - l’esperienza che sto facendo con il Balsamico Village, il più grande parco tematico al mondo dedicato all’aceto balsamico, mi insegna che deve essere il territorio a esprimere le proprie strategie, perché sono i piccoli produttori artigianali e di tradizione la leva per salvare la nostra eccellenza gastronomica dall’appiattimento di massa che deriva da logiche industriali».

IL VALORE ALLA PRODUZIONE DELLE PRIME DIECI DOP E IGP ITALIANE
In milioni di euro. (Rapporto 2016 Ismea-Qualivita)

Getta acqua sul fuoco e annuncia a giorni la convocazione dell’assemblea Federico Desimoni, direttore del Consorzio di tutela della Igp modenese - che associa 72 produttori, dalla microacetaia di famiglia al big Monari Federzoni- uno dei tre consorzi che tutelano il balsamico in Italia (ci sono infatti anche gli enti di rappresentanza delle due Dop tradizionali di Modena e Reggio Emilia, il top di gamma). «Come consorzio rispettiamo le norme nazionali, con una gestione dei voti proporzionale alla quantità di produzione e all’interno del sistema abbiamo stabilito criteri che schiacciano molto la rilevanza di chi ha grossi volumi», spiega Desimoni. Precisando che in Cda vale il criterio di una testa un voto e che fin qui le decisioni sono state prese quasi sempre all’unanimità . «L’80% del bilancio consortile, circa 1,3 milioni di euro - aggiunge il direttore - viene destinato alle attività di tutela e promozione con un impatto assai maggiore sui piccoli produttori che non hanno le forze interne di risorse e tecnici a disposizione invece dei grandi marchi».

LE PRIME DIECI DOP E IGP ITALIANE PER EXPORT
In milioni di euro. (Fonte: Rapporto 2016 Ismea-Qualivita)

Che il Consorzio di tutela non abbia problemi di salute ma soffra di conflittualità interna lo confermerebbero i numeri: la produzione nel territorio tra Modena e Reggio Emilia 2016 si è attestata a 94,2 milioni di litri di aceto certificato (+1,3%) per un controvalore di circa 900 milioni di euro al consumo (poco meno della metà il valore alla produzione) e un dominio assoluto dei mercati oltreconfine, tra le eccellenze gastronomiche italiane. Il balsamico Igp è infatti la più importante indicazione geografica italiana in termini di esportazioni, che pesano il 92% del fatturato: il business sui mercati esteri vale 744 milioni di euro, più delle Dop di Grana e Parmigiano che non raggiungono i 600 milioni di euro. «Il bilancio è solido e notevolmente incrementato dai finanziamenti europei ottenuti nell’ultimo anno, grazie ai quali stiamo per lanciare una poderosa campagna di comunicazione in Italia, Stati Uniti, Francia e Germania proprio per valorizzare tipicità, autenticità e qualità del prodotto», conclude Desimoni.

Ma non ci sono solo i dissidi interni ad agitare le cantine emiliane dell’oro nero nostrano. È della settimana scorsa l’annuncio che anche il Trentino ha chiesto il riconoscimento per il proprio aceto balsamico, scatenando l’immediata reazione del Modenese: «Chiediamo al Governo di fare chiarezza sul corretto utilizzo di termini connessi a uno specifico prodotto caratterizzato dal marchio Igp», rimarca il sindaco di Modena e presidente della Provincia, Gian Carlo Muzzarelli ricordando che la dicitura “balsamico” è da secoli indissolubilmente legata a un’eccellenza del territorio modenese, riconosciuta in tutto il mondo. Tanto che è in corso anche una battaglia in Europa per impedire l’utilizzo di “balsamico” da parte dei produttori tedeschi, dopo che una sentenza di secondo grado in Germania ha negato l’esclusività nell’uso del termine.

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