Economia

Genova dà l’addio all’armatore Gianfranco Messina

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Genova dà l’addio all’armatore Gianfranco Messina

Se n’è andato all’alba l’armatore genovese Gianfranco Messina, che, con i fratelli Giorgio (scomparso qualche anno fa) e Paolo, ha contribuito a rendere la compagnia di navigazione fondata dal padre Ignazio negli anni 20, una delle più importanti società di navigazione italiane. Nato a Genova il 22 luglio 1935 fu, dalla fine degli anni 60, capo azienda del gruppo Messina con la carica di presidente.

Negli ultimi anni era consigliere delegato ma rimase sempre una figura di riferimento del gruppo e della famiglia che governa la Ignazio Messina. Con un carattere schivo e spigoloso, Gianfranco Messina apparteneva a una categoria di uomini che non hanno bisogno di essere simpatici né di avere relazioni sociali e che non aspettano gli anni del tramonto per dire ciò che pensano. Di lui molti ricordano le battaglie e la scarsa propensione alla mediazione. Se per lui una cosa era sbagliata o un comportamento scorretto, non serviva organizzare riunioni o confronti: era scontro.

C’è chi lo ha detestato cordialmente, chi lo ha stimato e gli ha voluto bene, magari con la stessa schiva riservatezza che lui applicava ai rapporti umani. Si dice che, in azienda, i dipendenti e i collaboratori indossassero metaforicamente la corazza prima di entrare nel suo ufficio. Ma tutti sapevano che in qualsiasi momento di reale necessità, lui c’era.

Fu sempre, come si è accennato, un punto di riferimento indiscusso del gruppo e della famiglia Messina. Aveva trovato, sin dai suoi primi passi in azienda, un modus vivendi con i due fratelli che funzionava alla perfezione: Giorgio era il creativo che inventava nuovi business, Paolo il commerciale capace di gestire le relazioni internazionali più complesse, e lui, Gianfranco, la solida certezza della compagnia, capace di stare al timone dell’azienda per turni che potevano durare anche 24 ore.

Fra le sue battaglie storiche, quella contro la Finmare, la flotta di Stato, della quale denunciava il dumping, messo in atto perché , diceva, «tanto paga Pantalone». Un lungo scontro di cui restano le lettere di fuoco (con le quali Messina denunciava lo spreco del denaro pubblico dell’Iri) e una corposa serie di azioni legali.

Altre battaglie campali furono con i competitor che, con noli stracciati, distruggevano mercati floridi come quello del West Africa e contro operatori che avevano tradito i patti e che erano da lui considerati alla stregua di disertori. Vi fu poi la battaglia con il Consorzio del porto di Genova (poi Autorità portuale) che portò al clamoroso trasferimento di navi e uomini della Messina alla Spezia (il ritorno a Genova venne diversi anni dopo).

I suoi avvocati, si racconta, spesso, uscivano dagli uffici della compagnia, scuotendo la testa. Avevano provato a trovare soluzioni mediate ma gli era stato risposto che, con lui, «i pasticci non funzionano».

Ora il testimone passa definitivamente al figlio Ignazio, già da tempo alla guida dell’azienda insieme al cugino Stefano e ad Andrea Gais (figlio di Maria Grazia Messina, la sorella di Gianfranco, Giorgio e Paolo).

Confitarma, recita una nota dell’associazione «è in lutto ed esprime alla famiglia Messina il profondo cordoglio per la scomparsa» di Gianfranco Messina.
«La perdita di Gianfranco Messina –afferma Emanuele Grimaldi, presidente della Confederazione Italiana degli armatori – ci riempie di tristezza, perché lascia un grande vuoto e addolora tutti coloro che l’hanno conosciuto e hanno avuto modo di apprezzare le sue doti di uomo e di armatore. Con lui se ne va un grande protagonista della storia dell’armamento italiano».

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