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La Green society mezzo per condurci sulla Via della Seta

L'Analisi|l’analisi

La Green society mezzo per condurci sulla Via della Seta

Porto sempre i miei microcosmi al seminario estivo della Fondazione Symbola. Giornate tra soft economy che parte dal territorio, riflessioni sulle qualità italiane e quest’anno, l’interrogarsi sul senso di futuro dell’Italietta. Mi sono chiesto se non fosse un azzardo o una botta di presunzione, molto diffusa di questi tempi, iniziare con una giornata dedicata alla Via della Seta con l’Università di Macerata.

Va beh che da qui è partito Matteo Ricci verso l’impero della seta, ma oggi, mi sono chiesto, dopo aver sentito i numeri in miliardi di euro di questo flusso che arriverà attraverso l’Adriatico, cosa c’entra con i miei microcosmi, con i piccoli comuni e con la soft economy? Azzardo o eterotopia del possibile interrogante la coscienza dei luoghi? Questo abbiamo fatto guardando al dibattito al forum di Davos e alle due globalizzazioni, quella selettiva e rinserrata alla Trump e quella espansiva del turbocapitalismo che viene da Oriente. Che si divide anche: il primo sottraendosi e il secondo firmando l’Accordo sul clima. E questo sì, ci riguarda, partendo dai territori che sono lì in mezzo con ipotesi di green economy e di sviluppo sostenibile.

Ci vuole coscienza dei luoghi rispetto ai flussi e quindi nel salto d’epoca è giusto interrogarsi sull’Appennino Montagna del Mediterraneo. Che con le Alpi segna, il confine tra l’Europa del burro e l’Europa dell’olio che, per tornare alla geopolitica, rimanda al nodo epocale delle migrazioni, per guerra, per fame, desertificazione e mutamenti climatici. Altro tema interrogante il modello di sviluppo. Non solo sul confine, che è oggi il Mediterraneo che qualcuno vorrebbe murare, ma anche in quel cratere che il terremoto ha aperto nell’Italia di Mezzo dell’Appennino, là dove l’Italia è più Italia, là nella culla del nostro Rinascimento. Con un tema chiave interrogante: ricostruire privilegiando il com’era dov’era o il come sarà? Ci si è messi in mezzo alla cultura del progetto (kultur) e a quella del territorio (civilisation), in mezzo tra i saperi contestuali di un’area vasta transregionale che è sempre stata passo e passaggio tra due mari, terra di eremi, spiritualità, arte, agricoltura, distretti produttivi e i saperi formali necessari per ricostruire in sicurezza la “Città dell’Appennino”. Metafora urbanistica qui necessaria ricordando Le Goff il quale scrisse che qui, dall’Italia dei Comuni nasce la città, o Volponi che da Urbino scrisse La strada per Roma, entrambe metafore del ricostruire oggi una smart land in rapporto con le smart city.

Ciò che il terremoto ha reso un non più, va pensato come un non ancora possibile. Dove i temi dello sviluppo sostenibile di un’agricoltura di qualità che fa manutenzione del territorio, che produce bellezza e borghi per un turismo di ambiente e diffuso s’intreccia con servizi e mobilità leggera per scuole, welfare e imprese in un non ancora da green economy. Non da aree interne, ma di un margine che si fa centro. Uno spazio di posizione dove cimentarsi per le tante “aree interne” dell’Italia dei piccoli comuni da rovesciare in una rappresentazione per la Biennale di Venezia dell’Arcipelago Italia (Mario Cucinella) di ciò che ai tempi del fordismo era margine, ma che oggi è una dimensione di territorio e ambiente che si fa centro. A questo mi pare rimandi anche la legge sui piccoli comuni proposta da Ermete Realacci. È un patrimonio di storia, cultura e territorio da immettere nella geografia del nuovo Made in Italy. Analizzato dal rapporto Unioncamere partendo dalle imprese che portano questo brand nel mondo.

Emblematico caso di sincretismo riuscito è quello di Federlegno che con la sua filiera che parte dal bosco, passa per la manifattura e il design e arriva al Salone del Mobile come evento di rappresentazione globale. Non senza problemi, se è vero che sul tema bosco e manutenzione siamo un Paese importatore. Anche se le punte alte del nostro capitalismo analizzate dal rapporto evidenziano che Industria 4.0 e Green Economy vanno assieme. Tant’è che Legambiente evidenzia che per loro è più facile dialogare con queste imprese che con le istituzioni del territorio. C’è molto da fare per avere senso di futuro nel mondo che cambia. Il che interroga le rappresentanze sullo iato evidenziato dal presidente Boccia tra le 20-25% imprese green, innovative, da welfare aziendale in rapporto con il territorio e il 60% in difficile transizione verso il brand Made in Italy. E non è una questione di dimensioni, ma di cultura d’impresa e di territorio. Iato che ritroviamo anche nel sondaggio per Symbola di Pagnoncelli il quale evidenzia che spesso siamo visti meglio da chi ci conosce per il nostro andar per il mondo e per «i distretti della grande bellezza» che da noi stessi. Siamo in preda a un debole senso di futuro, sentiamo ancora i morsi della crisi, non ci aiuta la diaspora della politica. A Symbola si ritrovano quelli della green economy, partendo dal territorio, passando per l’Appennino dei piccoli comuni, le imprese che investono nel brand Made in Italy con innovazione e creatività. Ma il farsi di una green society al di là delle retoriche dall’alto e del proliferare in basso di tante buone pratiche, non fa condensa in forme di rappresentanza adeguate alla transizione verso uno sviluppo sostenibile.

Legambiente e Symbola con modi diversi possono essere forme di rappresentanza e rappresentazione di una green society che viene avanti. Il senso dell’Italia per il futuro, titolo di conclusione delle giornate di Treia, dipenderà molto da quanto attingeremo alla nostra storia di capitalismo di territorio e di coesione sociale. Facendo sviluppo senza fratture (Fuà), tra territorio e manifattura nell’epoca dello sviluppo sostenibile ed economia sociale di mercato nella globalizzazione. Tenendo assieme il senso della qualità della vita e l’utile dell’economia. Solo così partendo dalla nostra coscienza dei luoghi potremo guardare senza timori al Mediterraneo e alla Via della Seta che viene avanti.

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