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I limiti strutturali che rischiano di grippare il motore delle “super…

L'Analisi|competitività

I limiti strutturali che rischiano di grippare il motore delle “super Pmi”

Le esportazioni di made in Italy sono state il salvagente che ha tenuto a galla l’economia e l’intero Paese in questi ultimi anni di crisi nera caratterizzata, tra le altre cose, dal mercato interno piatto. Un merito non da poco e che vale la pena ricordare spesso, se non sempre. Anche perché, mentre i livelli pre-crisi restano lontani per molti indicatori – compresa la produzione industriale che pure registra decisi segnali di recupero – la vendita di beni manifatturieri oltreconfine già nel 2011 aveva superato il picco dei 350 miliardi registrati nel 2008 e oggi vale 50 miliardi più di allora.

Il sistema Paese e, a cascata, questi “campioni del made in Italy”, scontano tuttavia alcuni limiti strutturali che ne penalizzano le performance: le nostre imprese hanno spesso un problema dimensionale rispetto ai competitor esteri; le oltre 200mila imprese esportatrici italiane si concentrano per il 68,3% al Nord e per poco meno del 30% del totale in Lombardia, come segnala l’ultimo Rapporto Ice sull’Italia nell’economia internazionale. Conquistare i mercati molto promettenti dei Paesi emergenti e consolidare la penetrazione in quelli più complessi e distanti richiede investimenti e strategie di marketing mirate e specifiche che non si possono improvvisare.

Le aziende hanno bisogno di sostegno e accompagnamento. Questo sta accadendo da un lato con il supporto di Confindustria e, negli ultimi anni in particolare, dall’altro con il Piano strategico per il made in Italy varato dal governo, che si prefigge, anche, di incrementare il numero di esportatori del 10% circa (ventimila in più su un bacino potenziale di 70mila) e che ha puntato iniziative e risorse sull’internazionalizzazione. I frutti si stanno concretizzando, dall’agroalimentare alla meccanica passando per la moda, ma negli anni di assenza (o quasi) di una vera e omogenea politica industriale il mondo è cambiato parecchio: così se è vero che rispetto al 2000 le esportazioni manifatturiere valgono oggi 150 miliardi in più, è anche vero che la quota di mercato delle imprese italiane si è ridotta. In tutti i settori. O quasi: fa eccezione in particolare la meccanica strumentale, che invece ha incrementato la sua quota. Ora, però rischiamo di essere alla vigilia di un paradosso: il piano Industria 4.0 sta rilanciando alla grande gli investimenti sul mercato interno, spingendo gli ordini a doppia cifra. Un’ottima notizia che si scontra però con uno dei limiti strutturali di cui sopra, quello dimensionale: far fronte alle commesse italiane porterà almeno alcune delle nostre aziende a ridurre la quota di esportazioni.

I limiti strutturali del sistema Paese hanno radici profonde e lontane e superarli non sarà facile, ma è vitale provarci.

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