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Nell’«Italia di mezzo» il territorio è la chiave da cui…

L'Analisi|microcosmi

Nell’«Italia di mezzo» il territorio è la chiave da cui ripartire

Microcosmo di mezzo agosto. Ti pare di disturbare. O di essere fuori luogo nel turbinio dell’industria e della società dello spettacolo. Si dovrebbe scrivere dei numeri del turismo, che va bene, dell’evoluzione di ciò che erano i distretti del piacere in piattaforme di grandi eventi che fanno marketing territoriale. Convinto che la capacità di costruire situazione, “il situazionismo”, la sovrastruttura che mette in circolo il sentire, fa economia dei desideri e delle esperienze che produce utile.

Da qui un proliferare di micro e macro eventi, festival culturali e gastronomici, giù giù fino a palii storici e all’invenzione delle tradizioni nello spaesamento. Nella società dello spettacolo il senso viene messo al lavoro con tanto di eventologi, addetti al rito, e con tante nuove forme dei lavori con cui non voglio tediare a ferragosto. Nel mio irriducibile cercare altrove, scavando nel senso, che non è solo frenesia dell’esperienza ma anche antropologia dell’essere in comune, “nella buona e nella cattiva sorte”, mi ha fatto riflettere una poetica idea di un attore: Neri Marcoré. Che ha rovesciato la scena, non verso di sé e lo spettacolo coinvolgendo ben tredici nomi spettacolari, bensì verso il territorio, verso la faglia del terremoto nella sua terra dei 131 comuni su 229 colpiti, con il 30% dei lavoratori coinvolti, il 24% delle imprese in difficoltà, le mille chiese e le 2600 opere d’arte a rischio. Lo hanno denominato festival di solidarietà per la rinascita della comunità.

È stato un peripatetico andar per borghi, un camminare su per gli Appennini creando soglie di paesaggio, natura, ecologia per arrivare a guardare, parlare e ascoltare. Si è fatto un evento altro: Risorgi Marche. Parola chiave non localistica, metafora di un Appennino che ha nel risorto di Piero della Francesca il vessillo, anche lui artista peripatetico del territorio dell’Italia di mezzo dei comuni sino ad arrivare al duca di Urbino con cui discuteva delle mappe della prospettiva. In quel territorio fatto di eremi, che si sono fatte chiese, con l’arte che fa racconto, con l’agricoltura e la mezzadria che l’hanno manutenuto, sino al capitalismo dolce dei distretti. Un guitto e tredici cantastorie peripatetici dal 25 giugno al 4 agosto hanno camminato con più di 80mila persone e, a proposito di spettacolo, sulla rete ci sono stati più di 5 milioni di visualizzazioni. Facendo svolgere lo sguardo verso la sociologia delle macerie e «all’infinita stratificazione culturale a cielo aperto». I Comuni, la Regione e i parchi mobilitati ad accompagnare. Sindaci e funzionari militanti a scarpinare assieme in una pratica di turismo altro e diffuso, per evitare la faglia tra il mare e gli Appennini della paura.

Insegnando a noi “esperti”, presi nel discutere sul post terremoto di «come era e come sarà», che la comunità del com’era si ricostruirà se gli 80mila che hanno visto non dimenticheranno e il come sarà sarà possibile, anche e soprattutto, immettendo nel futuro quel paesaggio, quella natura e quell’ecologia dei piedi e della mente che ampollosamente chiamiamo sviluppo sostenibile. Detto con il mio linguaggio ragioniamo della risalita a salmone sull’Appennino dell’intraprendere, ma questo non potrà prescindere da una risalita di lunga deriva della ricerca di senso nella coscienza dei luoghi. Che non è solo una gita per vedere lo spettacolo e tornare a casa per ricominciare a correre.

Se si volge lo sguardo, come ci insegnano le culture orientate al senso e due libri di una urbanista e di un’antropologa (Il paesaggio fragile di Antonella Tarpino e Riprogettare i territori dell’urbanizzazione diffusa di Anna Marson) che parlano di paesaggio e dell’ambiente come fattore di sviluppo e dei paesi abbandonati dal mondo dei vinti di Nuto Revelli come risorsa. Non me ne vorrà Marcoré se lo ri-metto in mezzo portando questo evento altro di poesia del ricostruire, del ricominciare, che vuole dire rinascita, nelle contraddizioni dei miei microcosmi e del territorio come parola chiave da cui ripartire. Mentre lui, peripatetico con gli 80mila, camminava lento nelle terre alte del terremoto mi è capitato, per la prima volta, di passare sotto, nelle terre basse bucate e attraversate velocemente dalla Foligno-Civitanova, l’ipermoderna Quadrilatero.

Cercavo nella mia memoria di viaggiatore la piana e il paese di Colfiorito e di vedere tracce della faglia. Altro che rivoluzione dello sguardo, non ho visto nulla, in cambio ne ho avuto la velocità. Il sotto e il sopra, la velocità e la lentezza, l’attraversare e il camminare sono le contraddizioni dell’iper modernità che avanza. Non sono un ambientalista radicale, anzi. Mi definisco un ambientalista riluttante, che ci è arrivato partendo più dalle contraddizioni dell’economia e della crescita che dal sentire. Ma credo, usando Volponi de La strada per Roma, che molto dipenderà dal saper usare la velocità verso la smart city se contemporaneamente ,nelle terre ,alte ci sarà una città dell’Appennino, smart land fatta di tanti Visso e Colfiorito nel come sarà. Dipenderà se sapremo tener conto e metterci in mezzo tra l’essere chierici vaganti, cantastorie, eventologi, tra la velocità e il camminare, tra capitalismo delle reti, la connectography di Parag Kannah e la coscienza di luogo dei territori.

Occorre partire dai Sibillini, da nodi di reti di saperi come Camerino e di città come Macerata, che mi pare si candidi ad essere, nell’eventologia moderna del Ministero della Cultura e del Turismo, città italiana della cultura. Sta proprio lì in mezzo nella velocità realizzata dalla strada per Roma che connette la valle degli outlet, con la sua spettacolarizzazione delle merci (Della Valle, Prada,,etc.), e con la storia di Matteo Ricci che dal borgo antico arrivò all’impero della seta di allora che oggi disegna le nuove mappe del capitalismo delle reti e i comuni polvere e i borghi della sua marca territoriale. Sussurro un consiglio: Macerata sappia tenere assieme la valle degli outlet, le reti lunghe delle città con la poetica di Marcoré e il sentire degli 80mila camminanti, facendo con loro un racconto di una marca territoriale, che ha nelle Marche una storia di capitalismo dolce e nelle mappe del moderno la sfida del fare cultura e identità di sé. La società dello spettacolo mette al lavoro il nostro sentire, ma la coscienza di luogo e di territorio, come dimostra questo piccolo racconto fatto di lentezza, può contaminare la velocità. Pensiamoci, fermi o frenetici, a ferragosto, ne abbiamo bisogno.

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