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I fondi stranieri investono sui vini italiani

AGRICOLTURA

I fondi stranieri investono sui vini italiani

Terre vocate e nuove scommesse. Toscana, Piemonte ma anche Sardegna e Lombardia. Il settore del vino made in Italy continua a esercitare un grande appeal nei confronti degli investitori sia nazionali che esteri che puntano tanto su territori conclamati, quanto su aree emergenti. Così dopo che il 2016 è stato l'anno delle quotazioni in borsa con le due Ipo di Italian Wine Brands e della griffe veneta Masi sbarcate entrambe al mercato Aim, il 2017 si avvia a passare agli archivi come l'anno di un rinnovato interesse per i grandi territori del vino italiano. Toscana e Piemonte in primis.

In Toscana l’area che forse più di tutte continua ad esercitare un grande fascino in particolare per gli stranieri resta quella di Montalcino (Siena). Un appeal forse scritto nel Dna di questo terroir visto che il successo internazionale del Brunello si deve in buona parte all’investimento effettuato alla fine degli anni settanta dalla famiglia italoamericana Mariani (che rilevò Castello Banfi aprendo al Brunello le porte del mercato Usa).

L’operazione più rilevante degli ultimi mesi riguarda senz’altro l’acquisto di Poggio Antico (32,5 ettari di vigneto di cui 28 a Brunello) da parte della fondo belga Atlas Invest (attivo in particolare nei settori dell’energia e dell’immobiliare). Atlas Invest fondato nel 2007 da Marcel Van Poecke ha infatti rilevato nelle scorse settimane Poggio Antico dalla famiglia Gloder che la deteneva dal 1984. Si è così confermata la regola non scritta che vede ogni anno almeno un grande investimento a Montalcino e che nel 2016 aveva registrato il passaggio della storica griffe Biondi Santi (la cantina dove alla fine dell’800 fu “inventato” il Brunello) sotto il controllo del gruppo Epi che fa capito ai francesi Descours (verrebbe da chiedersi se la Francia a parti invertite avrebbe provveduto a nazionalizzare Montalcino). «Si tratta di investimenti – spiega il responsabile del sito specializzato winenews, Alessandro Regoli – che ha portato talmente in alto le quotazioni dei vigneti che ormai le aziende del territorio sono contese più da fondi di investimento con interessi estesi e differenziati che da cantine i cui progetti imprenditoriali sono legati esclusivamente al vino».

Dove invece gli investimenti si fanno guardando esclusivamente alla produzione vitivinicola è il Piemonte, regione da sempre con grande appeal enoico che sta però registrando una rinnovata verve in aree diverse da quelle più celebrate. Al di là infatti di Barolo e Barbaresco la zona che sta registrando più di un movimento negli ultimi mesi è quella della Doc Nizza Monferrato. È infatti di qualche settimana fa l’acquisto da parte della Poderi Gianni Gagliardo (cui fa capo la cantina La Morra con 25 ettari a Nebbiolo suddivisi tra le Langhe e l’area del Grignolino) dell’azienda Tenuta Garetto ad Agliano (Asti). Un investimento che conferma un trend quello di diversi produttori delle Langhe che guardano con sempre maggiore interesse al Monferrato, alla Barbera e alla Doc Nizza viste le scommesse effettuate in anni recenti in queste stesse zone anche da nomi come Marchesi di Barolo, Farinetti, Prunotto, Vietti e Damilano.

E tra le operazioni andate in scena nel Monferrato in particolare negli ultimi mesi va ricordata anche la fusione della cantina Dacapo di Agliano Terme con la Ca ed Balos di Castiglione Tinella nell’area del Moscato d’Asti. Mentre non molto distante, sulla sponda lombarda del lago di Garda appena qualche settimana fa si è assistito allo sbarco del Gruppo vinicolo Santa Margherita che ha rilevato la cantina Cà Maiol (140 ettari di vigneti 80 dei quali di proprità), vera e propria bandiera della Doc Lugana, una delle denominazioni che negli ultimi mesi ha messo a segno le migliori performance in termini di redditività.

«In questa nuova ondata di acquisizioni – spiega il presidente di Federvini, Sandro Boscaini – ci vedo un importante salto di qualità. Se penso all’operazione di Santa Margherita nel Lugana, alle acquisizioni in Sardegna (si veda altro articolo in pagina), oppure in anni recenti allo sbarco di importanti brand nell’area del Prosecco vedo iniziative prese sulla base di una strategia precisa, che punta a crescere e a fare massa critica diversificando e completando al tempo stesso la propria gamma di prodotti. Se poi, a compiere queste operazioni, sono aziende medio-grandi è ancora più importante. Perché ne vengono fuori dei player con una dimensione vicina a quella necessaria per affrontare in maniera efficace i mercati internazionali. Proprio ciò che finora, al vino made in Italy, è un po’ mancato».

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