Impresa & Territori

Ordini record per l’oleodinamica italiana

LA RIPRESA DELL’INDUSTRIA

Ordini record per l’oleodinamica italiana

«Il 2017 sarà un anno da ricordare per il nostro settore: è la miglior annata dall’inizio della crisi». A parlare è Fulvio Montipò, il re dell’oleodinamica italiana, il patron della reggiana Interpump, leader mondiale nell’idraulica con il 50% del mercato globale delle pompe a pistoni ad alta pressione e tra i primi player per le prese di forza, che ha già messo al sicuro per il 2017 il traguardo del miliardo di euro di fatturato, doppiando in dodici mesi il valore del titolo in Borsa.

I numeri del colosso di Sant’Ilario d’Enza, ovvero +18% le vendite consolidate nel primo semestre, +50% il portafoglio ordini di Walvoil (sistemi oleodinamici ed elettronici per equipaggiamenti mobili), non sono isolati. Tutta l’industria domestica della potenza fluida in Italia – tre miliardi di euro di giro d’affari, 65% export e 23mila occupati secondo le stime dell’associazione di riferimento Assofluid-Federmacchine - sta vivendo un anno eccezionale, con ordini record nei primi mesi, soprattutto rispetto al competitor di sempre, la Germania: +25% la domanda di componenti idraulici made in Italy e +11% per quelli pneumatici (dati della federazione europea Cetop-Isc) con prospettive più caute in termini di vendite da qui a fine anno ma pur sempre vicine alla doppia cifra.

«Siamo a +14% di fatturato da gennaio a oggi, un trend che consolida la dinamica positiva degli ultimi quattro anni, abbiamo triplicato le vendite dal 2009 a oggi e raddoppiato i dipendenti», conferma Katia Franceschini, responsabile Marketing di Cabol, realtà modenese di 22 addetti e 4,5 milioni di fatturato (80% esportazioni) diventata punto di riferimento europeo nella nicchia dei cilindri speciali per testing, utilizzati da laboratori industriali e universitari nel medicale come nell’automotive.

Ma in un settore che si rimette a correre, diventa ancora più allarmante il problema della scarsità di profili tecnici qualificati, nodo con cui è alle prese tutta l’industria meccanica in generale, «ma che nell’oleodinamica si fa sentire con più intensità perché siamo meno attrattivi dell’industria automobilistica o dell’impiantistica industriale e convincere i pochi ingegneri meccanici o elettronici a venire a lavorare da noi è difficile, oltre al fatto che li dobbiamo poi specializzare internamente», aggiunge Montipò che negli ultimi dieci anni ha assunto nel suo gruppo circa 1.500 persone (oggi i dipendenti sono 4mila).

La via Emilia è la culla mondiale del sapere oleodinamico, nato sulla scia della motorizzazione agricola, sviluppatosi attraverso il fiorire di centinaia di piccole realtà familiari e oggi crocevia dello shopping mondiale per l’intensificarsi dei processi di aggregazione. E ha il primato nazionale in termini di produzione di componenti e sistemi (vale circa il 40% del made in Italy) e sta registrando una domanda in forte espansione dalla Cina agli Stati Uniti per la capacità di gestire notevoli potenze tramite “pezzi” di dimensioni e pesi ridotti rispetto a tecnologie alternative. Non c’è praticamente settore che non utilizzi la trasmissione di potenza, dalla trattoristica all’oil&gas, dall’automotive alle tecnologie del food&pharma. «La salvaguardia e la trasmissione di questo know-how specialistico è fondamentale, ma l’appeal del settore è basso e nonostante la garanzia del posto di lavoro assicurato i giovani non ci investono», conferma Massimo Borghi, docente del dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari dell’Università di Modena e Reggio Emilia, direttore del Master in Fluid Power organizzato assieme a Cnr-Imamoter, prima e unica iniziativa italiana di formazione specialistica post-laurea nel settore dell’oleodinamica, nato nel 2004 proprio su sollecitazione di numerose aziende del settore del territorio emiliano-romagnolo.

«L’edizione dello scorso anno è saltata per mancanza di iscritti, eppure il numero minino per l’attivazione è di solo dieci studenti – afferma Borghi –. Tutti gli anni facciamo fatica a chiudere il bando, i più degli iscritti arrivano dal Sud Italia, dove non trovano lavoro. Dei 90 laureati passati dal nostro Master non ce n’è uno che oggi non sia assunto e non faccia carriera».

Il sistema universitario in generale non è molto ricettivo, solo in 11 atenei del Paese è previsto un insegnamento, di oleodinamica, ma è facoltativo per la laurea in Ingegneria meccanica. E non esiste specializzazione oleodinamica negli Its. In Emilia-Romagna si sono fatti però quest’anno due passi avanti: l’introduzione del percorso specialistico in oleodinamica per i veicoli industriali all’interno dei master internazionali della nuova università inter-ateneo dei motori Muner e l’inserimento della “value chain” Fluid Power nel nuovo Clust-ER Meccatronica&Motoristica. Una delle sette comunità regionali pubblico-private che integrano la ricerca e l’innovazione industriale, che mira a stimolare lo sviluppo di competenze specialistiche e l’aggregazione delle imprese sui temi della R&S e dell'integrazione di tecnologie.

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