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Verso la pensione di garanzia «junior», ma dal 2019

la questione giovanile

Verso la pensione di garanzia «junior», ma dal 2019

Ufficialmente non è all’ordine del giorno, ma il taglio del cuneo farà sicuramente capolino nel prossimo incontro sulle pensioni tra Governo e sindacato, fissato per il 30 agosto. Anche perché proprio il precedente verbale d’intesa siglato tra Cgil, Cisl, Uil e Esecutivo collega alla riduzione strutturale del costo del lavoro stabile uno dei nuovi strumenti previdenziali attualmente allo studio: la pensione minima di garanzia. Che ha il chiaro obiettivo di puntellare sul versante pensionistico i trattamenti dei giovani dell’era “contributiva” (gli assunti dopo il 1996 che “usciranno” tra 20-30 anni), a partire da quelli con carriere discontinue (la maggioranza). Senza considerare che questo tipo di assegno potrebbe diventare una sorta di paracadute previdenziale anche nel caso in cui nel medio-lungo termine il taglio dei contributi per ridurre il costo del lavoro non dovesse essere più interamente coperto dalla fiscalità generale. Copertura che comunque per i prossimi anni l’esecutivo garantirà per l’intervento sul costo del lavoro in favore dei giovani che è in via di definizione in vista della prossima legge di bilancio.

Il Governo è disponibile a tracciare un percorso per creare la pensione minima di garanzia. Lo stesso ministro Giuliano Poletti, lo ha ribadito nei giorni scorsi. Ma, a meno di sorprese dell’ultima ora, l’intervento potrà decollare solo dopo l’avvio della prossima legislatura e quindi nel 2019.

A rendere quasi obbligata una partenza “posticipata” è la carenza di risorse. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha detto chiaramente che la coperta è corta e che le risorse disponibili vanno concentrate su riduzione del costo del lavoro, alla povertà e investimenti rispettando al tempo stesso l’impegno preso con Bruxelles sul consolidamento della finanza pubblica (che con l’ormai quasi certo via libera della Ue alla richiesta di ridurre di 0,5 decimali di Pil la correzione prevista sarà in versione “light”) e anche quello sulla piena sterilizzazione nel 2018 delle clausole di salvaguardia fiscali, Iva in primis. Non è escluso però che il Governo possa ricorrere a una sorta di norma “ponte” da inserire nella manovra per vincolare il prossimo esecutivo a far scattare al più tardi nel 2019 la pensione minima di garanzia. «È un tema all’ordine del giorno», ha confermato Poletti. E lo stesso Pd, come ha lasciato intendere Tommaso Nannicini, lo considera prioritario.

I sindacati cercheranno di incalzare il Governo. E, con tutta probabilità, torneranno alla carica anche sullo stop nel 2018 dell’innalzamento automatico dell’età pensionabile per effetto dell’adeguamento all’aspettativa di vita. Ma i margini sono quasi nulli anche perché il “rinvio” costerebbe circa 1,2 miliardi. L’unico spazio di trattativa sembra essere sulla possibilità che lo stop scatti solo per i lavori maggiormente gravosi. Anche un rafforzamento della dote per l’Ape social, alla luce del boom di domande pervenute all’Inps, appare assai improbabile. Al momento le sole due misure quasi sicure sono il bonus contributivo (2-3 anni) per agevolare l’accesso all’Ape alle donne e, sul fronte della previdenza complementare, l’incentivazione della Rita (Rendita integrativa temporanea anticipata).

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