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Africa nuova frontiera del design? Sì, ma le aziende italiane non…

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Africa nuova frontiera del design? Sì, ma le aziende italiane non sono ancora pronte

Il nonno Ernesto arrivò nel Ghana alla fine degli anni 60, in cerca dell’oro. Oro non ne trovò ma, cominciando dal commercio di legname, poi di farmaci e poi nelle costruzioni, mise su un impero che oggi, con il nome di Trasacco Group, conta 14 società e 4mila dipendenti, per un fatturato di circa 1,4 miliardi di dollari. Il nipote, Massimiliano Taricone, è da otto mesi console del Ghana in Italia ma, soprattutto, da dieci anni è il ceo di Casa Trasacco che, oltre a produrre una linea proprio di mobili, ad Accra gestisce uno showroom di arredamento, per il 65% circa provenienti da aziende italiane.

«Credo molto in questo mercato e non solo perché ci sono in parte cresciuto – racconta Taricone, che lavora nel settore arredo dagli anni 80 –: il boom economico iniziato nei primi anni 90 non è ancora finito e la classe media sta crescendo rapidamente. Oggi un dipendente di banca con qualifica medio-alta, ad esempio, guadagna anche 2.000-2.500 dollari. le nuove generazioni studiano e viaggiano spesso in Europa e cercano prodotti di gusto moderno, in linea con lo stile del design made in Italy».

È un mercato che offre opportunità per tutti i livelli, precisa Taricone: il 70% dei prodotti venduti nel suo showroom sono di livello medio per gli standard europei, ma in Ghana sono percepiti come medio-alti. per i brand posizionati sulla fascia alta si presenta invece di frequente l’occasione di fornire prodotti per gli uffici governativi, per istituzioni come la Fao, o multinazionali come Ericsson, Eni, Vodafone. «Una clientela impensabile, a livello retail, in Italia. Ma qui è la norma», dice ancora l’imprenditore. E una situazione simile si trova in diversi Paesi dell’Africa Occidentale.

In particolare, occasioni continue si presentano nel settore dei mobili per ufficio, che necessita di un elevato turnover degli arredi e che spesso ha una committenza internazionale, interessata ai prodotti made in Italy.

Nonostante questo, dice tuttavia Taricone, «molte aziende italiane ancora non sono ancora pronte a venire in Ghana e più in generale in Africa: hanno una percezione vecchia di questo continente e non sono disposti a investire sui punti vendita o a stoccare la merce, come invece hanno fatto in altri mercati che si sono poi rivelati meno floridi o stabili del previsto. Pensi solo al caso della Russia».

Serve, secondo Taricone, un approccio di continuità: a oggi, invece, la maggior parte delle imprese italiane fa per lo più investimenti «mordi e fuggi», legati a singole commesse contract. «Sottovalutano le potenzialità di questo mercato – osserva –. Invece dovrebbero avere più fiducia, scegliersi un partner locale e investire in modo continuativo, puntando anche sulla fascia media e non soltanto sulla clientela o i progetti più esclusivi». In un mercato come quello africano la flessibilità è tutto: la capacità anche di adattare i propri protocolli a standard di servizio differenti da quelli europei o di altri mercati maturi.

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