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Ex Lucchini di Piombino: Cevital al capolinea, ritorna in campo Jindal

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Ex Lucchini di Piombino: Cevital al capolinea, ritorna in campo Jindal

(Agf)
(Agf)

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda sancisce la fine dell’era Aferpi-Cevital. «È arrivato il momento di cercare soluzioni alternative», ha spiegato ieri, ufficializzando l’avvio della procedura di rescissione del contratto con il gruppo algerino, che due anni fa aveva rilevato in Toscana gli asset di Piombino della ex Lucchini in amministrazione straordinaria. «Il confronto con Cevital – sono parole del titolare del Mise – è sempre stato franco, e da parte nostra è stato fornito ogni possibile supporto.

La mancanza di attendibilità degli impegni assunti da Cevital, confermata anche dalle difficoltà riscontrate in queste settimane, sono difficilmente superabili». Per studiare una via d’uscita, Calenda ha convocato a Roma, per la settimana prossima, il ceo di Cevital, Said Benikene; successivamente potrebbero essere chiamati al tavolo anche i sindacati.

L’intervento ministeriale

Il ministero dello Sviluppo economico – dopo una serie di ultimatum e di tentativi di ricomposizione che hanno caratterizzato tutto il 2017 e parte dell’anno scorso – sembra avere esaurito la pazienza. Ieri il commissario della Lucchini in amministrazione straordinaria, Piero Nardi, ha formalmente avviato la procedura per la rescissione, contestando ad Aferpi e Cevital l’inadempimento degli obblighi di prosecuzione delle attività produttive assunti con l’addendum al contratto di compravendita firmato lo scorso 30 giugno, «avendo constatato – si legge in una nota - che alla data del 30 agosto lo stabilimento era inattivo».

Il Mise rileva in una nota diffusa nella serata di ieri che «l’inadempimento relativo al mancato riavvio del treno rotaie, accompagnato dalla mancata comunicazione di un piano di approvvigionamenti per la ripresa delle attività, sia una manifestazione della gravità della situazione in cui si trova l’azienda e considera che ciò lasci temere il complessivo inadempimento della totalità degli impegni assunti».

L’addendum prevede, in particolare, la prosecuzione per ulteriori due anni del regime di sorveglianza del ministero sull’attuazione della vendita e la rimodulazione temporale degli obblighi di Aferpi, con un primo step che prevedeva la ripresa dell’attività di laminazione per le rotaie entro agosto 2017. Il terzo aspetto disciplinato dall’addendum riguarda l’impegno a individuare, entro ottobre, una partnership per la parte siderurgica del Progetto Piombino o in alternativa la presentazione di un piano industriale, con evidenza delle fonti di finanziamento, aspetto finora lacunoso nella gestione di Issad Rebrab, l’uomo d’affari leader del gruppo Cevital, che fino a oggi ha immesso nell’impresa mezzi propri per circa 120 milioni di euro (le perdite, invece, ammontano a circa 60 milioni).

Il fallimento del progetto

Il piano originario del gruppo algerino (che tuttavia non ha competenze dirette nell’acciaio) era finalizzato allo sviluppo di tre business (siderurgico, alimentare e logistico) per dare piena occupazione agli oltre duemila addetti rilevati dalla procedura di amministrazione straordinaria e oggi in solidarietà. L’obiettivo in campo siderurgico era quello di tornare a colare acciaio. L’altoforno è stato spento quattro anni fa, ma il ripristino dell’area a caldo con l’avvio di un nuovo forno elettrico (il piano originario ne prevedeva due) non è mai stato supportato da adeguate risorse finanziarie ed è rimasto solo sulla carta.

Non soltanto la proprietà algerina ha fallito nel tentativo di riavvio della produzione di acciaio, ma ha progressivamente arretrato nella laminazione, a causa delle difficoltà nel reperire il circolante necessario per acquistare all’esterno i semilavorati. L’attività impiantistica a Piombino è proseguita così a singhiozzo per tutto il 2017, con il fermo pressochè totale dei tre treni di laminazione (treno vergella, treno medio piccolo, treno rotaie).

Alla ripresa dalle ferie era attesa la ripartenza del laminatoio rotaie, un tempo fiore all’occhiello della produzione sideurgica toscana e italiana. L’annuncio di un ulteriore slittamento, con la data di ripartenza fissata all’11 settembre, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

L’escamotage dell’addendum, firmato lo scorso 30 giugno, sembra consentire al ministero dello Sviluppo economico (Mise) di potere uscire da una situazione giuridicamente intricata, risolvendo l’impasse di Piombino. Non è escluso, però, che il commissario Piero Nardi e il ministro Carlo Calenda cerchino in extremis di gestire l’uscita di scena di Issad Rebrab in maniera più fluida, favorendo un accordo con uno dei pretendenti agli asset toscani.

Le ipotesi in campo

Sono numerosi i soggetti che – con motivazioni, strategie e piani di sviluppo differenti – hanno approcciato in questi mesi il dossier ex Lucchini. L’interesse più rilevante, cresciuto nelle ultime settimane, sembra quello dell’indiana Jindal south west (Jsw), che nei giorni scorsi ha inviato al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda una lettera con cui manifesta le proprie intenzioni. Jsw immagina di riattivare l’altoforno, per produrre più di 2,5 milioni di tonnellate di acciaio, destinato ai tre treni di laminazione originari (il treno rotaie, pertanto, sarebbe sostituito), ai quali affiancare un quarto laminatoio, destinato alla produzione di coils. Secondo indiscrezioni gli investimenti previsti dal colosso indiano potrebbero raggiungere i 400 milioni di euro. Jsw, nel caso, potrebbe essere interessata anche a rilevare la Magona, stabilimento per la lavorazione a freddo oggi di proprietà del gruppo ArcelorMittal.

Sul fronte sembrano determinate le inglesi British steel e Liberty House, interessate soprattutto alla verticalizzazione dei laminatoi, in particolare del treno rotaie: non si esclude, in questa prospettiva, una soluzione sinergica con Jsw, che vede in Piombino un valore strategico soprattutto come polo europeo per la produzione di piani.

Un’altra opzione con interesse orientato alla laminazione riguarda l’austriaca Voestalpine, concorrente della ex Lucchini nella produzione di lamiere da treno. Nei mesi scorsi, infine, ha esaminato il dossier di Piombino anche l’italiana Danieli, leader globale nella produzione di impianti siderurgici (produce acciaio con la controllata Abs).

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