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La gig economy non è per giovani. E 6 su 10 guadagnano meno di 50 euro…

L’ECONOMIA DEI LAVORETTI

La gig economy non è per giovani. E 6 su 10 guadagnano meno di 50 euro al mese

Sopra ai 30 anni, pagati meno di 100 euro al mese e alla ricerca di un reddito integrativo all’occupazione principale. L’analisi contenuta nell’ultimo Rapporto Coop a proposito della gig economy, l'economia dei lavoretti online, evidenzia un bacino d’utenza un po’ distante dal binomio “giovane e smart” cavalcato alle origini del fenomeno. Il gig worker fotografato dal Rapporto ha dai 30 anni in su nel 62% dei casi, guadagna spesso fino a un massimo di 50 euro mensili (65%) e si è fermato in oltre la metà dei casi alla licenza media superiore (60%). Un riempitivo per chi cerca lavoro o deve ancora finire gli studi? Non proprio: un gig worker su quattro (il 26%) risulta dipendente a tempo pieno, contro il 22% degli studenti e il 14% dei disoccupati. Esce indebolita anche la tesi della libertà di scelta tra più portali, perché nel 46% dei casi le entrate arrivano da un'unica collaborazione.

I numeri rispecchiano quelli registrati su scala internazionale, dove i timori per le retribuzioni troppo basse dei lavoratori della categoria hanno spinto anche alla richiesta di interventi legislativi. Nel Regno Unito il governo è sotto pressing per un «intervento d'emergenza», visto che l'asticella media dei pagamenti è arrivata a minimi di 2,5 sterline l'ora. E negli Stati Uniti, culla del fenomeno, un report del portale Earnest ha stimato che l’85% dei lavoratori ricava meno di 500 dollari mensili da prestazioni che vanno dal trasporto privato (Uber) alle commissioni accumulate su siti per freelance come Fiverr.

Un gig worker su due ha già un lavoro
In realtà la quota di gig workers con un lavoro principale alle spalle arriva al 55%, perché ai dipendenti a tempo pieno (il 26%, come visto sopra) si aggiungono i lavoratori autonomi (15%) e i dipendenti part-time (14%). Gli studenti non vanno oltre un caso su cinque (22%). Se poi si considera che il 46% degli intervistati conta una sola collaborazione, la forma di impiego assomiglia meno al freelancing e più a un doppio lavoro. Come spiega Serafino Negrelli, ordinario di sociologia economica e del lavoro alla Bicocca di Milano, «la logica sembra più che altro quella di un lavoro integrativo - dice - Si cerca un’integrazione minima al proprio stipendio. Minima, non superflua: 50 euro, se ne guadagni 1000, ti posso dare un po’ di fiati». Negrelli fa notare anche la scarsa presenza di lavoratori con un titolo di studi superiore al diploma: i laureati di primo livello sono il 15%, i laureati magistrali il 14%, per scendere al 2% di chi ha intascato un master dopo l’università. «Il che conferma un dato - dice Negrelli - La paga cresce con il titolo di studi, quindi maggiore è la formazione e meno è probabile ricorrere ai lavoretti».

Loy (Uil): nuove generazioni costrette a integrare il reddito. Si cerchino regole
Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, conferma che una delle “molle” della gig economy sulla fascia degli over 30 sono stipendi sempre più modesti e l’urgenza di reinventarsi per aumentare le entrate. «La crisi ha visto una generazione, quella dei 30enni, avere meno opportunità - dice - E quindi dover ricercare opportunità di reddito, spesso, a qualsiasi condizione». Il rischio, ormai noto, è di trovarsi in una zona grigia tra lavoro autonomo e subordinato. Soprattutto quando la collaborazione è sola una, e diventa la principale fonte di integrazione nei ritagli di tempo dal lavoro principale: «In Italia si pone il tema di come considerare questo “mondo di mezzo” - spiega Loy - E se le attuali norme (post jobs act) sono adeguate di fronte ad attività spesso regolate da App e non da un “datore di lavoro” tradizionale». A livello contrattuale, per ora, si è ricorso soprattutto alla collaborazione occasionale. Tra i «terreni di esplorazione» ipotizzati da Loy ci sono somministrazione, collaborazioni coordinate, flessibilità contrattuale del lavoro a termine: «Le stesse parti sociali devono porsi come mediatori - spiega - E proporre e contrattare modalità innovative che regolino, con il giusto equilibrio tra tutele ed opportunità, gran parte di queste attività».

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