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Made in Italy: quel deficit di crescita che diventa zavorra

l’analisi

Made in Italy: quel deficit di crescita che diventa zavorra

(Marka)
(Marka)

Non più tardi di una settimana fa le cronache plaudivano al fatto che la società De Rica – uno dei nomi storici dell’agroalimentare nazionale – rimanessero in mani italiane (per la precisione il compratore era il Consorzio cooperativo Casalasco), scongiurando così il pericolo che un altro pezzo di made in Italy finisse sotto il controllo straniero.

È di ieri invece l’annuncio che il gruppo inglese Associated Britisch Foods – una conglomerata quotata in Borsa e con un portafoglio di attività che spazia dallo zucchero, agli infusi (tea Twinings), dagli ingredienti alimentari fino all’abbigliamento – ha acquistato dal fondo Clessidra e dalla famiglia Mazzetti la società Acetum, primo produttore di aceto balsamico Igp di Modena, con i marchi Mazzetti, Acetum e Fini: 103 milioni di ricavi e vendite in oltre sessanta Paesi.

L’operazione tra Londra e Modena mette in luce diversi aspetti peculiari del made in Italy alimentare e non va letta semplicemente come ammaina bandiera tricolore. In Italia esistono centinaia, se non migliaia, di piccole e medie aziende famigliari con un ricco mercato di riferimento: dall’olio al vino, dalla pasta alle conserve, dai prodotti da forno ai salumi. Aziende floride, ben gestite, con tradizioni imprenditoriali plurigenerazionali, con forti legami al territorio e alla tradizione. Cioè tutte quelle caratteristiche che fanno di un’azienda non solo una leader o coleader nella propria attività, ma anche una preda ambita.

E qui arriva il rovescio della medaglia. Perché le nostre aziende, arrivate a un certo punto della loro storia e della loro crescita, non hanno più propellente per proseguire e ingrandirsi. Poché quelle che arrivano sul mercato dei capitali per crescere. Molte quelle che accettanno l’ingresso di un partner più forte per espandersi. E molte le aziende che finiscono per cambiare proprietà e nazionalità.

Nelle classifiche internazionali, le aziende alimentari italiane in grado di essere competitive con le multinazionali si contano sulle dita di una mano. Crescere significa investire in capacità produttiva, in management, in reti logistiche per arrivare su nuovi mercati, significa spendere per internazionalizzarsi, significa creare occupazione professionalizzata. Significa allargare il portafoglio prodotto, innovare. Le nostre aziende lo fanno molto bene tutti i giorni. Ma arriva una misura oltre la quale non si riesce ad andare. Ecco perchè i nostri gioielli sono così ambiti ma anche così facilmente prede.

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