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Imprese italiane contro il progetto Ue sull’antidumping

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Imprese italiane contro il progetto Ue sull’antidumping

Marka
Marka

C’è una sottile linea rossa che l’industria europea esige non sia travalicata. L’onere di provare che un prodotto importato da un Paese terzo (Cina in primis ma non solo) è venduto nell’Unione europea sotto costo deve restare in capo al produttore straniero. Come avviene ora. Non può essere compito delle imprese europee dimostrare la trasparenza o l’opacità dei mercati altrui. Il messaggio che è giunto ieri – dalla sede di Assolombarda a Milano e dal suo parterre di imprenditori – agli europarlamentari Alessia Mosca e Salvatore Cicu (quest’ultimo è il negoziatore, per il Parlamento Ue, nel trilogo in corso con Consiglio e Commissione sui nuovi e futuri criteri antidumping) è netto.

Il quadro della situaizone
Il 3 ottobre si terrà il prossimo e ultimo appuntamento del trilogo. L’obiettivo di Commissione, Consiglio ed Europarlamento è chiudere trovando un accordo definitivo sulla riforma dei criteri di calcolo dei dazi antidumping per rendere le nuove norme giuridicamente inattabili in sede di Wto da parte della Cina. La quale, scaduto il periodo di prova di 15 anni, ritiene automatico lo status di “economia di mercato”. Ipotesi rigettata – per le dimostrate carenze – da Usa e Giappone e formalmente accantonata dalla Ue per l’opposizione dei Paesi europei manifatturieri.

Tuttavia, la tesi della Comissione è che le regole sinora valide rischiano l’incompatibilità con quelle del Wto. Che se desse ragione alla Cina ci imporrebbe di smantellare l’intera architettura di difesa commerciale Ue. Travolgendo filiere, fatturati e posti di lavoro.

Tuttavia, la proposta della Commissione (appoggiata dal Consiglio) è stata giudicata troppo debole e con eccessivi margini di discrezionalità dati a Bruxelles sul se agire e con quali parametri.

Mentre il Una sorta di riconoscimento di fatto, che il trilogo – con un’intesa difficilissima – cercherà di rispondere.

L’intesa raggiunta finora
«All’ultimo incontro del 12 settembre abbiamo fatto un grande lavoro di mediazione – ha spiegato Cicu –. Ad esempio abbiamo elencato, nero su bianco, quali sono le “distorsioni significative” da tenere in considerazione per il calcolo dei nuovi dazi. Ci sono i costi di produzione e delle materie prime, ma anche i costi dell’ energia e e degli investimeni, i livelli salariali, la (scarsa) trasparenza sul diritto societario e fallimentare, cisì come il grado di apertura agli investimenti esteri. Tutti questi elementi _ ha concluso Cicu – “peseranno” nella definizione di un eventuale dazio antidumping perchè ad essi dovrà fare riferimento l’industria europea quado presenterà una istruttoria antidumping su un prodotto».

Un compromesso non semplice se si considera anche che tra i timori del Consiglio Ue c’è proprio quello di esporsi a ricorsi, in sede Wto, proprio sulle macro-distorsioni (sussidi a ricerca e investimenti, scarsa trasparenza nel diritto societario e fallimentare..). E di perderli.

Non solo, ha aggiunto Alessia Mosca, europarlamentare Pd. «La Commissione _ spiega – dovrà decidere all’inizio della procedura, quale metodologia intende applicare al Paese terzo (predisclosure) e c’è la volontà, da parte dell’Esecutivo di Bruxelles, di accordare una fase di transizione per accompagnare i settori più “sensibili” verso le nuove regole».

Ma le imprese, ieri, chiedevano una cosa sola: «non ricada su di noi l’onere di provare se un esportatore terzo agisce in dumping, pretendendo di reperire informazioni contabili o di costi in Paesi o presso esportatori poco trasparenti o poco e per nulla collaborativi».

Una possibile mediazione potrebbe essere quella di conferire alla Commissione, in fase di apertura di indagine e in presenza di significative distorsioni, il diritto di utilizzare prezzi di Paesi terzi simili ma non “distorti” se esportatori e produttori interessati non saranno in grado di provare la loro totale estraneità a quelle distorsioni.

Del resto, ha osservato Flavio Bregant, direttore generale di Federacciai, «l’Italia è un’economia di mercato. Ma soggetta ai dazi sull’acciaio imposti dagli Usa verso la Ue. Il Dipartimento di Stato calcola autonomamente i prezzi che ritiene giusti, poi ci manda i calcoli e ci da 20 giorni di tempo per controbattere. Tutto nella piena compatibilità delle regole del Wto».

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