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Dossier Cinque P per salvare il pianeta

    Dossier | N. 5 articoliRapporto Sviluppo sostenibile

    Cinque P per salvare il pianeta

    Prima i numeri. Si stima che in Italia siano presenti 2.700 specie viventi aliene, che non significa extraterrestri come nei filmacci di serie b bensì specie non originarie dell’Italia. Insetti, piante, mammiferi, pesci: la biodiversità italiana si arricchisce e al tempo stesso è minacciata, come insegna l’aggressivo scoiattolino grigio importato dagli Stati Uniti, che nei nostri boschi sta danneggiando gli alberi e scacciando lo scoiattolo europeo dal pelo fulvo e dalla coda imponente. Nel 2014 sono stati investiti 740 milioni di euro in politiche a tutela della biodiversità. Basteranno? Ancora numeri: 6,1 milioni di abitanti vivono in zone a rischio di alluvione. Un milione gli italiani esposti al rischio di frane.

    Sono questi alcuni dei dati di partenza per programmare lo sviluppo sostenibile nel campo dell’ambiente. Di più: la componente ambientale è centrale nella locuzione sviluppo sostenibile. Questa locuzione ha una storia lunga di decenni e la sua definizione è andata modellandosi nel tempo con l’evolversi della sensibilità sociale. Ma l’ambiente è il minimo comun denominatore delle diverse versioni di sviluppo sostenibile: l’ambiente è la radice dello sviluppo sostenibile fin dal 1972, quando il Club di Roma e il Massachusetts Institute of Technology presentarono il rapporto «I limiti dello sviluppo». È ancora l’ambiente al centro della definizione ormai più consolidata data nell’87 dal rapporto Brundtland: lo sviluppo sostenibile non è una «condizione di armonia», invece è un «processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali».

    Su questa base nasce la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, in fase di lancio da parte del Governo italiano. Tra i punti del nuovo documento italiano, presentato in estate all’Onu e presto in Consiglio dei ministri, vi sono un risparmio di risorse, la tutela dell’ambienta e della biodiversità intesi anche come capitale immateriale, la riduzione delle emissioni e dell’inquinamento, la propensione verso la cosiddetta economia circolare. Princìpi meravigliosi nella teoria, ma assai difficili da coniugare nella pratica. Soprattutto quando l’applicazione di questi concetti ha effetti immediati sull’economia e quindi sul portafoglio delle aziende e dei consumatori. L’ambiente è una risorsa, è un’opportunità ed è un costo. Secondo i casi e le situazioni, alcuni ne percepiranno la risorsa, alcuni l’opportunità e altri ne vedranno solamente il costo.

    Quali i punti della strategia? Sono quelli dettati dal buonsenso. Fare quanto più possibile ricorso all’economia circolare, cioè quella che riutilizza le risorse in un circolo virtuoso come il ricupero delle materie prime riutilizzando i rifiuti. Ridurre e se possibile eliminare l’uso di combustibili di origine fossile (in ordine di inquinamento: carbone, petrolio, metano). Alzare l’efficienza energetica e il risparmio, in modo da produrre di più con meno energia. Invogliare le persone e le aziende verso la mobilità sostenibile per spostarsi e per muovere le merci. Ridurre l’inquinamento. Tutelare la biodiversità. Proteggere gli ambienti naturali.

    Il piano italiano è ancora tratteggiato per linee guida; i documenti ufficiali non sono ancora stati riempiti con i numeri e con i valori in euro, valori sui quali potranno accendersi battaglie aspre. Ma uno degli aspetti più forti è l’integrazione fra elementi interrelati in modo strettissimo. Un esempio: il rapporto fra la mobilità sostenibile e i divari economici che spingono le persone a spostarsi fra aree diverse (per esempio nell’emigrazione ma anche nel pendolarismo quotidiano). Manca «una prospettiva complessiva e convincente per il futuro del nostro Paese», avverte per esempio un’analisi degli esperti di sviluppo sostenibile del grande network ASviS di associazioni, istituti di ricerca, Università, non profit. «I media tendono spesso a presentare le singole “emergenze” come se fossero totalmente indipendenti le une dalle altre», scrive l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, nel suo rapporto annuale presentato domani. Ecco perché le pagine della Strategia declinano la dipendenza reciproca tra le cinque P dello sviluppo sostenibile (oltre a pianeta, partnership, pace, persone, prosperità).

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