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Il tavolo Ilva tra Am Investco e sindacati parte con uno sciopero

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Il tavolo Ilva tra Am Investco e sindacati parte con uno sciopero

Parte lunedì tra le proteste delle istituzioni locali e gli scioperi dei lavoratori la trattativa sull’occupazione della «nuova» Ilva, quella che farà capo ad Am Investco Italy (Arcelor Mittal e Marcegaglia). Ventiquattrore di astensione sia a Taranto che a Novi Ligure. E a Milano, intanto, il gup boccia per la seconda volta la richiesta di patteggiamento di Fabio e Nicola Riva.
A Taranto la protesta è stata decisa in serata dal consiglio di fabbrica che ha respinto la proposta della società che fa capo ad Arcelor Mittal e Marcegaglia. «3.311 esuberi, azzeramento degli accordi vigenti, licenziamento e assunzioni con il Jobs Act, azzeramento degli istituti contrattuali, discriminazione tra lavoratori, nessuna prospettiva per i lavoratori degli appalti»: queste le contestazioni mosse da Fim, Fiom, Uilm e Usb.

Ma cosa ha innescato la protesta? I numeri occupazionali certo (10mila in tutto il gruppo a fronte di 14.200 addetti, e quindi circa 4mila esuberi, come era noto già da giugno), ma soprattutto le modalità di ricollocazione del personale. Am Investco, si legge nella proposta, «costituirà con i dipendenti selezionati nuovi rapporti di lavoro previa cessazione del rapporto di lavoro con le società e successiva accettazione da parte degli stessi della proposta formulata da Am Investco con contestuale sottoscrizione dei verbali individuali di conciliazione». Per coloro che non riceveranno una proposta di assunzione da Am Investco, le società che li hanno in carico «manterranno l’integrale ed esclusiva titolarità e responsabilità in relazione ai rapporti di lavoro» e le stesse potranno impiegarli «nelle attività esecutive e di vigilanza funzionali all’attuazione del piano di tutela ambientale e sanitaria, nonché in ulteriori interventi di bonifica, decontaminazione e risanamento ambientale ovvero in attività di sostegno assistenziale e sociale alla comunità che i commissari straordinari potranno individuare e realizzare anche mediante formazione e impiego dei dipendenti rimanenti allo scopo di favorirne il reinserimento nell’ambito del ciclo produttivo».

Sulla vertenza è intervenuto il ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, parlando dell’Ilva di Taranto a Bari, ha ribadito: «Non ci sarà alcun licenziamento, perché tutti quelli che non saranno assorbiti dalla società del nuovo investitore resteranno dipendenti dell’Ilva in amministrazione straordinaria e saranno impiegati per le attività di bonifica e risanamento ambientale nelle zone attorno il perimetro aziendale». Un aspetto, questo, che era già stato chiarito ed è stato sottolineato in serata anche da Teresa Bellanova, vice ministro allo Sviluppo economico, che ha auspicato: «Mi auguro che lunedi' si avvii una trattativa che porti a una intesa soddisfacente in tempi rapidi». Ha fatto sentire la sua voce anche il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova: «È necessario continuare strenuamente la via del dialogo e della mediazione, in attesa che l’azienda possa riprendere un ritmo tale da ampliare nuovamente l’organico».

Ma il giudizio di Marco Bentivogli, segretario generale Fim Cisl, è netto: «Se queste sono le condizioni di partenza, il piede è quello sbagliato».

I numeri: 7.600 addetti a Taranto - oggi sono poco meno di 11mila - e 900 a Genova - dove sono circa 1.500 -. Settecento invece gli addetti per Novi Ligure, 30 per Legnaro, 45 per Marghera, 160 per Milano, 40 per Paderno e 125 infine per Racconigi. Novanta invece gli addetti per Taranto Energia, la società Ilva che nel sito pugliese gestisce le centrali. Ilva in amministrazione straordinaria ha una cassa integrazione straordinaria autorizzata per 4mila unità e nei mesi mesi scorsi sia i commissari dell’azienda che il Mise hanno assicurato che nessun lavoratore Ilva sarà lasciato senza protezione sociale.
Sul fronte giudiziario, i fratelli Fabio e Nicola Riva sono comparsi davanti al gup di Milano chiedendo di patteggiare rispettivamente a 5 e 2 anni di carcere la pena per la contestata bancarotta. Ma, come aveva già fatto un altro giudice a febbraio, anche stavolta la richiesta è stata rigettata per inconguità della pena rispetto all’accusa.

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