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Dossier Non è solo questione di fabbrica: questa rivoluzione ha più facce

    Dossier | N. 7 articoliRapporto Impresa 4.0

    Non è solo questione di fabbrica: questa rivoluzione ha più facce

    Ormai da tempo si parla diffusamente di Industria 4.0, delle tecnologie digitali che la caratterizzano e dei suoi vantaggi. Senza dubbio grazie anche al Piano nazionale Industria 4.0 (ora Piano nazionale Impresa 4.0) che, oltre a introdurre un set di incentivi fiscali, ha avuto il merito di ribadire l’importanza dell’industria per l’economia del Paese, la seconda potenza manifatturiera europea. Tuttavia, quando si parla di quarta rivoluzione industriale si commette spesso - in buona fede - l’errore di credere che si tratti solo di rinnovamento delle infrastrutture produttive, in termini di beni strumentali, impianti e software da introdurre nelle fabbriche. In realtà il 4.0 non è solo una questione di fabbrica, di officina. È pervasivo e supera i confini dell’impresa: solo allargando l’orizzonte e comprendendone la vera natura se ne potranno cogliere tutte le opportunità.

    Da Internet delle cose si passa a “Internet del tutto”. Un’azienda non è fatta solo di macchine che devono essere connesse. È fatta soprattutto di persone, di processi di business e servizi. Un sistema complesso che deve essere connesso grazie ai big data da far circolare in maniera fluida, orizzontale, pervasiva, attraverso una condivisione consapevole delle informazioni.

    Da Industria 4.0 si passa a Value chain 4.0. Il nostro sistema industriale è caratterizzato dalla presenza di molte Pmi, organizzate in supply chain che ruotano spesso intorno a imprese capifiliera. Il paradigma classico dell’industria 4.0 ci porta ad ottimizzare le singole fabbriche, connettendo le macchine. Dobbiamo invece connettere tra loro anche le imprese, le reti con le reti, in modo da riuscire ad aumentare la produttività dell’intera filiera.

    Il corretto uso dei dati e delle informazioni può diventare un fattore differenziale di competitività. I modelli economici classici ci insegnano a vedere come fattori produttivi per la creazione del valore le materie prime, il lavoro e il capitale, calcolando la produttività come valore dell’output in riferimento a uno di questi fattori. Questo approccio va superato accettando che in un mondo connesso anche un’impresa manifatturiera non può più permettersi di fare a meno di considerare i dati (dei clienti, della fabbrica ecc.) come una reale fonte di creazione di valore.

    Da prodotti 4.0 si passa a servizi 4.0. Il consumatore sta diventando sempre più esigente sia in termini di customizzazione del prodotto (si pensi alle varianti di un modello di vettura o alla possibilità di configurazione di un paio di scarpe da ginnastica), che di riduzione del tempo di consegna. A questo trend si affianca il passaggio dalla proprietà all’utilizzo dei beni, in altri termini la servitizzazione. Ciò implica ripensare i prodotti da oggetti ”inanimati”, venduti ad un consumatore, a oggetti “connessi”, in grado di erogare servizi abilitati da nuovi modelli di business.

    Dalla delocalizzazione si passa al reshoring 4.0. Le tecnologie digitali hanno sostanzialmente un costo omogeneo in tutto il mondo. La loro adozione può consentire alle imprese italiane di ridurre lo svantaggio competitivo rappresentato dal differenziale di costo della manodopera di cui godono alcuni Paesi, in particolar modo del sud-est asiatico. Il 4.0 diventa un abilitatore dell’ancora timido fenomeno del reshoring, la rilocalizzazione delle fabbriche nel nostro Paese, con possibili vantaggi anche occupazionali.

    Infine, c’è l’aspetto delle skill 4.0, quello più importante. La quarta rivoluzione, a dispetto della sua connotazione industriale, è soprattutto una rivoluzione socio-culturale. Basti pensare che le nuove tecnologie sono entrate nella quotidianità dei consumatori ancor prima del loro ingresso in fabbrica. Le persone sono ”connesse” già da qualche decennio, mentre solo ora parliamo di connettività delle macchine. E questa rivoluzione è talmente veloce, a differenza delle tre precedenti, da svilupparsi nel giro di pochi anni, con il rischio di rendere obsolete le competenze dei lavoratori. È necessario un ”revamping” delle competenze a tutti livelli aziendali, a partire dai manager che dovranno guidare la trasformazione 4.0. Oggi è imperativo valorizzare il know-how di chi lavora in fabbrica adeguandone le competenze e contemporaneamente investire sui giovani che sono il potenziale di crescita per le imprese (e per la società), introducendo anche percorsi formativi tecnici adeguati.

    Se le imprese italiane, ed in particolar modo le Pmi, comprenderanno e faranno proprie queste riflessioni saranno in grado di cogliere appieno le opportunità che la quarta rivoluzione industriale offre loro. Diversamente, a mio avviso, in breve tempo saranno destinate al declino competitivo.

    L’autore è docente e co-responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0 della SoM, Politecnico di Milano

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