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Export e strategie di sistema guidano le imprese metalmeccaniche piemontesi

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Export e strategie di sistema guidano le imprese metalmeccaniche piemontesi

La crescita è una via obbligata. E per la meccatronica piemontese la strada da percorrere è quella che passa dalla valorizzazione delle filiere. Lo dice forte e chiaro il presidente dell’Amma Giorgio Marsiaj durante l’assemblea dell’Associazione delle aziende della meccatronica, e lo fa indicando nella filiera del packaging made in Emilia Romagna, descritta da Alberto Vacchi presidente di Confindustria Emilia Centro e responsabile di Ima Group, un modello possibile anche per il Piemonte.

Un modello che negli anni della crisi ha messo insieme un intervento basato su partecipazione nel capitale delle aziende fornitrici e diversificazione del mercato, generando un reshoring delle produzioni e una ricaduta importante sull’occupazione. «La meccanica rappresenta l’80% dell’export della provincia di torino, il 70% per il Piemonte – ricorda Marsiaj – ma con una disoccupazione giovanile sul territorio quasi al 40% serve un contributo forte per cambiare lo scenario, la sfida è cogliere le opportunità offerte dalla crescita dell’economia mondiale e aumentare le quote di export in capo alle nostre aziende». Il tema dell’automotive resta centrale, per il peso sul valore aggiunto tecnologico nella filiera e per i volumi di esportazioni, ma anche e soprattutto per la crescente richiesta di mobilità. Il Piemonte, ricorda poi Marsiaj, è tra i buoni innovatori in Europa, «qui l’innovazione è più accessibile, allora serve accelerare sul fare sistema e dare accesso alle aziende della filiera, che dovranno diventare soggetti economici riconoscibili, tanto per il sistema del credito quanto nella rete di soggetti che fanno ricerca e innovazione».

“Qui l’innovazione è più accessibile”

Giorgio Marsiaj, presidente dell’Amma  

Un patto per la crescita focalizzato sulla meccanica, un patto che potrebbe trovare il suo collante nella formazione e nel diritto alla formazione individuale inserito nell’ultimo contratto metalmeccanico, come suggerisce il presidente di Federmeccanica Alberto Dal Poz. «In collaborazione con i sindacati – spiega Dal Poz – si potrebbe sperimentare la possibilità di usare le ore di formazione per saldare le filiere e far lavorare i tecnici e gli addetti delle imprese capofila con quelli delle imprese fornitrici».

“Sperimentare possibilità di usare le ore di formazione per saldare le filiere”

Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica 

Un punto di osservazione centrale, quello dell’Amma, sull’andamento di Industria 4.0, anche alla luce dei dati elaborati da Intesa Sanpaolo presentati da Gregorio De Felice: la metà delle imprese dichiara di realizzare più del 50% del fatturato attraverso la vendita di macchinari 4.0, con una forte componente del mercato estero (per il 42% delle imprese oltre la metà del fatturato da macchinari “connessi” è realizzato all’estero). La quarta rivoluzione industriale dunque è in corso, senza dimenticare però il delta che grava sulla dinamica degli investimenti in italia, oltre il 27% la quota del 2007 – migliore di una decina di punti la posizione del Piemonte – rispetto ad esempio alla Germania che quella soglia l’ha superata di oltre 9 punti.

A guardare al “qui e ora”, il focus resta il tema degli investimenti, in particolare in ricerca e sviluppo, se è vero che per tre aziende su quattro a incidere maggiormente sulla capacità di sviluppo e produzione di macchinari 4.0 è la presenza di un Centro di ricerca e innovazione interno, mentre resta bassa la quota di chi si rivolge a università e centri di ricerca esterni. Se lo sguardo si sposta invece in avanti, si comprende come la sfida si focalizzi sul terreno della formazione. Un settore gravato in Italia da limiti descritti da Andrea Gavosto direttore della Fondazione Agnelli: «Gli studenti italiani sono indietro sui livelli di apprendimento, soprattutto nell’area della scuola media, inoltre la formazione professionale registra un vero e proprio crollo delle competenze, con pochi sbocchi lavorativi».

La terza criticità è rappresentata il numero insufficiente di laureati nel paese – il 26% della popolazione tra i 25 e i 34 anni contro la media Ocse del 43% – e la scarsa presenza nelle aziende. A guardare poi agli indicatori relativi alla formazione continua, si comprende come l’Italia sia ancora fanalino di coda.

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