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l 90% dell’export alimentare italiano negli Usa si concentra in…

AGROALIMENTARE

l 90% dell’export alimentare italiano negli Usa si concentra in dieci Stati

(Marka)
(Marka)

Corre l’export negli Usa di alimentare made in Italy, ma solo nei grandi Stati della costa orientale e in California: nel resto c’è poco. I primi tre Stati, New Jersey, California e New York, assorbono il 60% dell’export tricolore e i Top 10 addirittura il 90%. Da un sondaggio emerge che gli americani sono disposti a pagare un premio per il vero made in Italy ma nel Midwest il prezzo più alto diventa un ostacolo all’acquisto. Nel complesso le potenzialità di crescita dell’export agroalimentare italiano sono consistenti. Questo e altre evidenze emergono da uno studio di Nomisma e Crif presentato in occasione del Forum Agrifood Monitor.

Soprattutto East cost

In dettaglio, dal report Nomisma-Crif si evidenzia la forte concentrazione del made in Italy: gli importatori Top 10 sono gli Stati dell’East cost, a cui si aggiungono California, Florida e Texas. Nel 2016 l’import complessivo dei Top 10 ha sfiorato i 3,4 miliardi; poi, a seguire, Washington (88 milioni di euro), Connecticut (3) e Georgia (66). I 17 Stati successivi sono compresi tra 10 e 50 milioni, gli altri 20 tra 9 e 1 milione. In coda Montana e Alaska con zero.

«Il consumo di food&beverage italiano è ancora fortemente concentrato negli Stati costieri - concorda Denis Pantini, responsabile dell’area agroalimentare di Nomisma - ma le potenzialità di crescita sono tante, alla luce del posizionamento e della reputazione di cui godono i nostri prodotti. Nel Midwest invece, pur riconoscendo la qualità del made in Italy, sono più sensibili al prezzo e spendono poco».

Gli Usa? Un Bengodi

Gli Usa sono una sorta di Bengodi per gli esportatori di agroalimentare di tutto il mondo: l’import è gigantesco, oltre 130 miliardi di euro nel 2016 che valgono il primato di principale Paese importatore di agroalimentare.

Cosa acquistano gli americani dall’Italia? Soprattutto i prodotti tipici: vino, olio d’oliva, formaggi e pasta pesano per circa il 65% sull’import agroalimentare complessivo. Ma tuttosommato l’Italia ha un peso marginale: il 3,4%.

Quali le prospettive? Nel primo semestre 2017, l’import è cresciuto del 6,9% a 1,92 miliardi di euro. Negli Usa inoltre il reddito medio pro-capite annuo è compreso tra i 42mila e 57mila dollari (gli italiani sono lontani, a 31mila) ed è previsto in ulteriore crescita di oltre il 14% nei prossimi cinque anni.

Scaffali da riempire

Ma come guadagnare quote di mercato nel Midwest? “Braccino” corto a parte, i prodotti italiani sono obiettivamente poco presenti sugli scaffali delle catene commerciali del Midwest. E infatti il Piano del made in Italy lanciato da governo italiano e Ice nel 2016 (stanziati 120 milioni fino al 2017) ha l’obiettivo di spingere l’ingresso di 1.500 imprese sugli scaffali dei retailer Usa, di cui 370 per la prima volta. Inoltre lo scorso maggio Ice ha siglato una partnership con il colosso Usa Walmart per la distribuzione di 3.600 prodotti. L’accordo prevede anche l’utilizzo del logo Extraordinary Italian Taste su tutto il materiale promozionale e di marketing: insegne, etichette, brochure, pubblicità online.

Il sondaggio
Proprio per capire le opportunità di crescita negli Usa è stata realizzata da Nomisma una survey su un campione di 2.500 consumatori americani suddivisi tra gli stati di New York, California e l’area del Midwest (Illinois, Michigan e Ohio).

Sebbene il prezzo rappresenti il primo criterio nell’acquisto di un prodotto alimentare per oltre il 20% di statunitensi e canadesi (con punte che arrivano oltre il 40% nel caso dei consumatori del Midwest), il made in Italy si posiziona al primo posto in termini di reputazione qualitativa per gli statunitensi.

Elevato il tasso di penetrazione dei prodotti italiani, pari a circa l’80%. In questo ambito, oltre il 10% dei consumatori può essere definito authentic user, vale a dire persone in grado di indicare brand di aziende italiane, che consumano prodotti del made in Italy anche tra le mura domestiche e che si dicono disposte a spendere di più per un prodotto del Belpaese.

«Negli Usa, si tratta di un consumatore con reddito familiare alto, che vive a New York, di età compresa tra 36 e 51 anni, con alto livello di istruzione e che segue corsi e programmi Tv di cucina”.

Basso rischio

Insomma, le opportunità per i produttori alimentari italiani ci sono e vanno colte tenendo ben presenti differenze e peculiarità, soprattutto quando si tratta di implementare le giuste strategie di internazionalizzazione.

Da questo punto di vista, il mercato americano offre ulteriori vantaggi. Come sottolinea da Niccolò Zuffetti, marketing manager di Cribis «la rischiosità commerciale del settore food & beverage negli Stati Uniti è mediamente inferiore a quella dei nostri maggiori partner europei e sempre più bassa di quella italiana, soprattutto nel commercio all’ingrosso (rischiosità sotto la media nel 55% delle imprese Usa) e nel dettaglio (sotto la media nel 74% dei casi). Questa bassa rischiosità commerciale unita alla presenza di un altissimo numero di player rappresentano una chance importante per le nostre imprese, pur in un contesto caratterizzato da una maggiore concentrazione d’impresa rispetto alla prevalenza di micro-operatori in Italia».

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