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Emilia-Romagna, l’industria tira ma occupazione e credito non…

CONGIUNTURA

Emilia-Romagna, l’industria tira ma occupazione e credito non ripartono

In un’Italia che cresce ma meno degli altri Paesi europei, l’Emilia-Romagna, con il suo mezzo punto percentuale in più di dinamica (si stima una chiusura d’anno attorno al +1,8/1,9% di Pil) non si può permettere di festeggiare. Il distacco dai livelli pre-crisi, a metà anno, si è ormai ridotto a meno di un punto percentuale (0,8), il peso della manifattura è cresciuto nell’ultimo decennio fino al 26,2% e da dieci trimestri la ripresa si sta consolidando, con un +3,1% di produzione industriale, un +3,6 di vendite e un +2,9% di ordini (+4,2% l’export) che sgomberano il cielo della via Emilia da nubi pessimistiche: gli industriali con previsioni negative da qui a fine anno sono scesi al 10% circa).

Ma il numero di imprese continua a calare (-1,7% nel II trimestre 2017 su base annua) e soprattutto scende l’occupazione (-3,6%). E pure il credito bancario, nonostante i bassi tassi e la iper-liquidità in circolazione non torna sopra lo zero.

È questo il quadro che emerge dall’indagine congiunturale di metà anno presentata da Unioncamere e Confindustria Emilia-Romagna assieme a Intesa Sanpaolo. La fotografia di una regione al passo con l’Europa per vivacità manifatturiera ma dove ancora il nanismo d’impresa, l’assenza di ricambio generazionale, e lo iato tra profili richiesti dall’industria e qualifiche sfornate da scuole e università pesa sul mercato del lavoro e sull’accelerazione dell’innovazione e quindi dello sviluppo.

«L’occupazione e la formazione giovanile restano la priorità – sottolinea il neopresidente di Confindustria Emilia-Romagna, Pietro Ferrari, confermando il sostegno al Governo regionale e nazionale su tutte le misure che contribuiscono a sostenere crescita e posti di lavoro – per questo chiediamo interventi urgenti sull’istruzione tecnica, perché in una regione a forte vocazione manifatturiera, meccanica soprattutto, come la nostra, dobbiamo puntare agli standard tedeschi e, perché no, iniziare a ragionare anche di un Politecnico regionali che sforni alti profili in grado di rispondere alle esigenze delle nostre fabbriche, dove sono svaniti i confini tra meccanica, Ict, nanotecnologie e nanomateriali. Torino e Milano hanno un Politecnico, noi no».

I SETTORI
Congiuntura industriale in Emilia Romagna, 2° trimestre 2017. Tasso di variazione sullo stesso trimestre dell'anno precedente (Fonte: Unioncamere Emilia Romagna)

La nota negativa del calo di imprenditoria giovanile nel manifatturiero (-6,3% ne secondo trimestre) viene compensato da una ripresa ormai diffusa, che coinvolge anche le imprese sotto i dieci addetti, grazie alla ripartenza del mercato domestico. La meccanica continua a fare da traino, moda e alimentare seguono a ruota e l’export corre in un po’ tutti i mercati di sbocco, con Polonia, Cina e Russia in accelerazione (Germania e Francia restano i partner principali). «Ad esportare sono però solo una metà delle imprese manifatturiere e le esportatrici abituali, che hanno venduto all’estero per almeno tre anni consecutivi, sono un terzo, poco più di 7mila su 22.658- sottolinea il direttore del Centro studi Unioncamere, Guido Caselli–. E quasi la metà dell’export regionale è in mano a solo 100 imprese, con le prime dieci di queste che fanno il 14% del totale».

LE DIMENSIONI
Congiuntura industriale in Emilia Romagna, 2° trimestre 2017. Tasso di variazione sullo stesso trimestre dell'anno precedente (Fonte: Unioncamere Emilia Romagna)

Sul fronte del credito, l’analisi di Intesa Sanpaolo rileva una flessione di circa il 2% dei prestiti alle imprese a fronte di un incremento del credito alle famiglie (+1,6% tra gennaio e luglio). Sull’andamento degli impieghi alle aziende incide sia la situazione ancora critica dell’edilizia sia la maggiore capacità del sistema produttivo di autofinanziarsi. La maggiore propensione a investire è invece fotografata dall’aumento dei prestiti a medio-lungo termine. E sempre il settore costruzioni spiega il rimbalzo delle sofferenze, con il tasso d’ingresso cresciuto del 4,2%, in controtendenza rispetto al dato nazionale (3,4%). «La preoccupazione per l’edilizia resta alta», conclude Ferrari che chiama in causa il blocco dei grandi appalti pubblici, con 32 miliardi di lavori fermi a livello nazionale, 2-3 miliardi di euro in regione.

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