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Tim Cook (Apple): il sistema fiscale va rivisto, ma no a leggi…

il ceo della «mela» a firenze

Tim Cook (Apple): il sistema fiscale va rivisto, ma no a leggi retroattive

FIRENZE - «È il sistema più equo? Io ritengo di no, dico che il sistema fiscale debba essere rivisto. Siamo a favore di un cambiamento e partecipiamo alle discussioni su come rivedere l'aspetto fiscale in futuro». Condizione chiara però: «Non siamo d'accordo con coloro i quali vogliono cambiare le legge in modo retroattivo. Lo stato di diritto è molto importante. Allo stesso tempo si può guardare al sistema fiscale e trovare qualcosa di equo per il futuro».

Per il ceo di Apple Tim Cook è la risposta all'ultima domanda che conclude l'iniziativa con cui l'Osservatorio Giovani editori guidato da Andrea Ceccherini inizia il suo 18esimo anno di vita.

Un compleanno da maggiorenne che ha avuto come ospite d'onore il successore di Steve Jobs. Tasse, cyberbullismo, diversità, violenze negli Usa. In un'ora e venti di intervento il numero uno di Apple ha spaziato fra i vari temi, accolto come una star all'inizio e salutato da un letterale assalto degli studenti alla fine, condito con sorrisi e selfie. «Con Tim Cook – ha detto Ceccherini in apertura - condividiamo un intero sistema di valori a partire dall'irrefrenabile voglia di cambiare il mondo. Ben condensata in un giuramento che lui di sicuro conosce a memoria. È il giuramento degli indiani d'America che quando compiono 18 anni e si avviano a diventare uomini ascoltano una raccomandazione dal saggio del villaggio, quando gli dice: ricordati che il mondo non ti è stato dato in eredità dai tuoi padri ma in prestito dai tuoi figli e devi restituirlo migliore».

Sul tema delle tasse Tim Cook ha voluto essere chiaro: «Apple paga più tasse di chiunque altro al mondo: siamo il più grande contribuente negli Stati Uniti, siamo il più grande contribuente in Irlanda, ed è così che deve essere, non dico che non dobbiamo pagare le tasse». Oggi «si discute e si discute già da tempo se Apple paghi le imposte ad ogni paese in modo equo, quindi non è una questione di quantità, ma a chi versiamo queste imposte, e oggi noi seguiamo quello che indica la legge». La legge, ha osservato Cook, «dice che se si è una multinazionale con affari in molti paesi in tutto il mondo, si paga là dove viene creato il valore: e il valore per noi, come forse sapete, la maggior parte del valore avviene nella ricerca e sviluppo, e la ricerca e sviluppo per noi è in California, e quindi noi paghiamo la maggior parte delle imposte al governo statunitense».

Al teatro Odeon di Firenze, è un Tim Cook anche molto “intimo” quello che risponde alle domande davanti a una platea di un migliaio di studenti. «Sono nato in una famiglia con pochi mezzi. La mia famiglia era considerata di un ceto molto basso, senza conoscenze importanti e quindi ho visto mio padre che andava a lavorare per mantenere la famiglia, ma a lui non piaceva il suo lavoro. A 16 anni il mio obiettivo era dunque semplice: arrivare ad amare il mio lavoro. Volevo conseguire obiettivi perché ho sempre ritenuto di essere diverso e di dover dimostrare il mio valore. Trovare qualcosa da amare e qualcosa da conseguire. Questi erano i miei obiettivi».

L’importanza dell'istruzione livellatrice emerge in vari passaggi, facendo anche un endorsement per il progetto «favoloso» del Quotidiano in classe. Quella che definisce «l'umanità che deve essere infusa nella tecnologia» è anche un tema molto ricorrente nella visione di mister Apple che per il futuro invita gli studenti a sbagliare per migliorarsi. E per farlo racconta anche del passaggio di consegne con Steve Jobs. «Quando Steve mi ha detto che voleva che diventassi il ceo è stato 6 settimane prima del suo decesso». Citando le difficoltà alla Walt Disney dopo la morte del fondatore Jobs ha voluto fortemente che Cook prendesse le redini dell'azienda. «Mi ha detto: “Non pensare mai a ciò che cosa farei io. Fai solo quello che è giusto”. E questo consiglio mi ha tolto un peso, ed è il regalo migliore mai dato in vita mia. Se penso di sbagliare? Sbaglio tutti i giorni. Fa parte della vita, del lavoro. Ma non vuol dire essere alla fine delle cose».

Ovviamente avere il ceo di Apple è stata l'occasione per trattare tematiche più di attualità. Cyberbullismo e violenza su internet: «Io spero veramente che si possa un giorno finirla con questa storia, e dopotutto spetta a noi porre fine a tutto ciò». Immigrazione: «Abbiamo circa 250 dreamers in azienda. Tutti i nostri antenati a parte i pellerossa erano immigrati». I dreamers su cui Obama è intervenuto per migliorarne la condizione «sono persone arrivate negli Usa in un momento in cui non potevano decidere. E oggi lavorano, pagano le tasse, contribuiscono alla collettività. Americani quanto me. E quindi vogliamo che queste persone abbiano il permesso di rimanere negli Stati Uniti.
C'è tempo anche per affrontare il rapporto con Trump e con le vicende Usa, a partire dalle violenze a Las Vegas. «Non basta esprimere tristezza per le vittime, per le famiglie, per tutti coloro che sono stati colpiti: bisogna fare un passo indietro e chiederci perché succedono queste cose, bisogna avere onestà intellettuale».

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