Impresa & Territori

Se l’imprenditore riparte con dignità dopo un fallimento

L'Analisi|microcosmi le tracce e i soggetti

Se l’imprenditore riparte con dignità dopo un fallimento

È stata approvata la nuova Legge di riforma del diritto fallimentare. Improntata ad un “diritto dolce”, più di accompagnamento e comprensione per chi è in difficoltà che di stigma ed esclusione con la lettera scarlatta del fallito a vita bandito dalla comunità economica. Da oggi, si può “non riuscire” ma si può ripartire con dignità. Era ora, forse tardi. Non ho potuto non pensare a una lettera per un amico contenuta in un mio libro che vorrei riportare.
«Io conoscevo bene l’uomo che una mattina di novembre si è suicidato. Era un piccolo imprenditore che, ai tempi, avevo denominato capitalista molecolare.

Lo ricordo schivo e ritroso nel sentirsi dare del capitalista. Era arrivato, tirando di molto la sua identità, essendo stato prima operaio, a sentirsi artigiano, a riconoscersi nell’associazione che organizzava appunto l’artigianato. Si cercava assieme di fare patti territoriali per lo sviluppo. Nel riconoscere e riconoscersi sul territorio con i tanti come lui che, fatta l’impresa, messa al lavoro la famiglia e un po’ di operai come lui nel capannone, di cui andava orgoglioso, cercava con il sindaco del paese di capire come si potesse fare distretto con altri sindaci e altri capitalisti molecolari. L’impresina era il suo progetto di vita. Ciò che lo legittimava nello stare nel mondo. Era il suo front office sociale per dialogare con il direttore della banca e la Camera di Commercio. Era anche un simbolo per i figli per poter dire, insieme alla moglie che ora lo piange, “ce l’abbiamo fatta”. L’impresa era per lui la sovrastruttura legittimante nel paese e nella comunità locale. Nella rottura della simbiosi tra impresa e vita, nell’apocalissi culturale, ancor prima che economica, del fallimento di una vita di lavoro quell’uomo, una mattina, ha deciso di orientare il conflitto verso di sé, non trovando senso al di fuori di sé».

Ne ho conosciuti tanti di capitalisti molecolari in preda alla vergogna del fallimento. Drammi sociali che, quando arrivano all’«io lo conoscevo bene» ti riesce difficile trattare come la crisi del ceto medio produttivo o ancor di più vederlo come un numero dei fallimenti che nel medio periodo hanno attraversato la crisi: nel 2009 il numero di fallimenti in Italia è stato di 9.384, hanno raggiunto un picco nel 2014 con 15.336 chiusure fallimentari per scendere a 13.467 a fine 2016. Con tracce di attenuazione del fenomeno, infatti tra gennaio e giugno di quest’anno sono fallite il 15,6% in meno rispetto allo stesso periodo del 2016 con un miglioramento diffuso in tutte le aree del paese, in tutti i settori. I dati migliori si hanno nel Nord est e nell’industria, dove il dato è particolarmente positivo, in una situazione già ampiamente tornata ai livelli pre-crisi, mentre nelle costruzioni, nonostante il miglioramento, i fallimenti sono ancora ai livelli storicamente più alti.

Queste tracce di speranza mi fanno dire che avevano ragione Sebastiano Barisoni e Oscar Giannino quando a Radio24, nei momenti più difficili, ascoltavano i falliti e urlavano “disperati mai!”. Perché quando viene meno il lavoro o l’impresa come progetto di vita che tiene assieme reddito e senso, la disperazione può diventare depressione… Secondo una ricerca di Link Campus University tra il 2012 e il 2016 sono stati 800 i casi di suicidio “per cause economiche”: il 44% imprenditori, il 40% disoccupati. Dal punto di vista delle fasce di età solo le classi intermedie ad essere più a rischio (45-54 anni con 35% dei casi, 55-64 anni con il 25%). Dal punto di vista territoriale spiccano il Nord Est (25,5% dei casi) e il Mezzogiorno (33,2% dei casi), con particolare riferimento a Campania e Sicilia. Si disegnano microcosmi nella disperazione, là dove il tessuto molecolare del fare impresa era più diffuso e in quei territori in cui a Sud si è rischiato di essere come la Grecia.

Adesso anche la legge che, sarà bene ricordare, era ferma al 1942, dice “disperati mai, si può ripartire”. Toglie lo stigma del fallimento, che non è poco. Come ci ha insegnato Franco Basaglia in psichiatria è il muro da abbattere per tornare in comunità. In questo caso nella comunità operosa. Contiene anche indicazioni utili da “fallimento temperato”, utilissimo in tempo di crisi e metamorfosi dei processi produttivi, a prevenire la crisi facilitando una composizione assistita con una fase di allerta attivata dal debitore. Il tutto assistito da un apposito organismo istituito presso le Camere di Commercio, utili a quel che vedo e dico agli iconoclasti della disintermediazione, ove si avranno sei mesi di tempo per raggiungere una soluzione temperata. È il diritto dolce che prima accompagna e poi, solo poi, sanziona e punisce. Il che ci riporta alle piccole fredde passioni del rapporto tra diritto ed economia, qui intesa come evoluzione dei modelli del produrre e delle forme di impresa.

Da quel 1942 sono stati tanti i balzi dell’economia, da paese agricolo a paese industriale, lunghe derive che scavano nell’evoluzione del capitalismo sino alla sharing economy dell’oggi. Il diritto era fermo alla punta della piramide del modello fordista, non ha visto e letto il capitalismo molecolare della mia lettera ad un amico. Per fortuna è cambiato, infatti mi chiedo come la si metterebbe oggi con le retoriche, che a fronte della disoccupazione giovanile insistono ad invitare all’intraprendere, al fare start up adeguata al salto tecnologico dove si sa che tanti ci provano e pochi di arrivano. Lo spirito del legislatore più che punire la crisi, dati i tempi, si interroga sul prevenire la crisi, semplificando le regole processuali e ridisegnando il nuovo concordato preventivo. Tutti temi “da commercialisti” di cui si trovano approfondimenti nelle pagine degli esperti del Sole24Ore.

Da parte mia aggiungo che questa legge, con ritardo, si è messa in sintonia con il tessuto diffuso del nostro fare impresa che si è rimesso in moto dopo la crisi selettiva e con tanti che ci provano, preso atto che innovazione tecnologica e sharing economy inducono al continuo cercare e ricercare, magari anche fallendo, e quindi occorre un diritto “dolce”. Ma, questione non da poco, per il provare e riprovare occorre, oltre a un diritto paziente, anche un credito paziente.

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