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Mosca punta sui formaggi. E apre alle aziende italiane

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Mosca punta sui formaggi. E apre alle aziende italiane

(Agf)
(Agf)

Il business dell’embargo cerca il know-how italiano. La regione di Mosca punta sulla produzione di formaggi e lancia un piano operativo non solo per diventare il secondo distretto caseario dell’intera Russia ma anche il più specializzato nella produzione di formaggi “simili” a quelli tradizionali italiani. Al centro c’è la realizzazione, all’interno del “Dmitrovsky District” (12 km a nord di Mosca), di sette stabilimenti caseari per una superficie complessiva di 17 ettari e una potenzialità produttiva annua di 12mila tonnellate di formaggi di qualità.

Un investimento complessivo stimato in 5 miliardi di rubli (pari a 75 milioni di euro) e che sarà presentanto, in tutti i suoi dettagli, dal ministro dell’Agricoltura russo, nel corso dell’edizione 2017 dell’International Agricultural Dairy Forum, in programma a Mosca l’8 e 9 novembre.

A finanziare la costruzione, a pochi chilometri a nord della capitale di nuovi e moderni allevamenti, di stabilimenti ad alta tecnologia per la lavorazione del latte, di magazzini di stoccaggio e delle relative infrastrutture è il governo della Regione di Mosca. Ma a metterci il know-how dovrebbero essere le imprese casearie italiane, invitate dalle istituzioni russe per sviluppare partnership finalizzate alla produzione di quei formaggi per i consumatori russi. Secondo il progetto russo, infatti, l’area dovrebbe essere in grado di ospitare 7-9 siti produttivi medio-grandi. I tempi? L’area industriale sarà pronta entro fine 2018. In pratica, tra un anno.

Non solo. Nel “pacchetto”, anche incentivi. Prestiti agevolati, recupero del 20% sull’investimento di capitale iniziale, sussidi per acquisti “importanti” di materia prima (mandrie e forniture di latte, naturalmente locali).

«Quello nel Dmitrovsky District – ha sottolineato Giuseppe Ambrosi, presidente di Assolatte – è uno dei progetti più ambiziosi varati dalle autorità russe per sviluppare l’industria lattiero-casearia e sopperire, così, ai pesanti effetti causati dall’embargo sull’importazione di formaggi dalla Ue». L’embargo russo – va ricordato – è da 3 anni la limitazione alle importazioni adottata da Mosca come “rappresaglia” dopo le sanzioni imposte da Bruxelles per la crisi ucraina e l’annessione della Crimea. Un impianto che, nell’estate 2014, ha colpito tutte le imprese europee, le quali, nel giro di 24 ore, hanno perso 250mila tonnellate di export. A tanto ammontavano le vendite in Russia delle aziende europee e l’Italia cresceva a doppia cifra.

Solo tra 2013 e 2014, ricorda ancora Ambrosi, «le esportazioni di formaggi italiani in Russia sono diminuite del 45 per cento». Nel 2013 l’export caseario italiano verso la Russia sfiorava i 43 milioni. Oggi è poco sopra i 5mila euro. Poco o niente. In questi anni, intanto, la produzione interna è aumentata del 60,8% raggiungendo le 690mila tonnellate.

«Il loro obiettivo di medio periodo – ha concluso Ambrosi – è quello dell’autosufficienza. Ma, nonostante questa crescita dei volumi, continua a mancare l’expertise per ottenere una produzione casearia di alta qualità».

Ad ottobre, il ministro dell’Agricoltura russo, Aleksandr Tkacev, ha annunciato che un parmigiano nazionale russo sarà lanciato sul mercato interno fra tre anni, il tempo necessario per avviare la produzione di massa, tenendo conto della complessità della lavorazione.

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