Impresa & Territori

Con la riforma le Camere di commercio fattori chiave dell’economia locale

L'Analisi|microcosmi

Con la riforma le Camere di commercio fattori chiave dell’economia locale

Si è tenuto a Siracusa l’incontro delle Camere di commercio in via di riforma. Erano 105, saranno 60 per effetto del Decreto del ministro Calenda. Passeranno dall’essere spalmate e collocate in ogni provincia a ridisegnare sul territorio una nuova geografia interessante sia per i microcosmi che per ragionare sulla metamorfosi di un’istituzione intermedia composta ed eletta dalle rappresentanze degli interessi e delle economie locali.

Da studiare nel loro passaggio da “piccoli saloni della Pallacorda locali” a pensarsi in una nuova territorializzazione, oltre i localismi. Sviluppando relazioni per aggregarsi, per numero di imprese e per vocazione spesso problematiche, dovendo andare oltre le microidentità segnate dalla storia locale e dalle economie di prossimità. Dovendo prendere atto, un po’ dall’alto, dove soffiava il venticello della disintermediazione, e un po’ dal basso, dove il locale da solo non basta più senza il rapportarsi ai flussi.

Non è più, da tempo, l’epoca napoleonica che aveva mappato governance ed economie con province, prefetture, con tanto di sedi nel nuovo secolo della Banca d’Italia. Si muovono in un contesto con le province abolite dall’alto, ma resilienti in basso dentro una riforma in divenire. Si cambia guardando a queste lunghe derive della storia, ricordando i tempi del fordismo, che lasciava al sistema camerale le “vite minuscole delle economie minuscole” ai margini della grande impresa e ricordando, forse con un po’ di nostalgia, il postfordismo della fabbrica diffusa e del proliferare sui loro territori provinciali di distretti manifatturieri e commerciali che nel tardo 900 hanno fatto di questa autonomia funzionale un motore di accompagnamento del capitalismo di territorio e della rappresentazione delle comunità operose.

Scavando nel loro registro delle imprese è stato possibile, per decisori e studiosi, capire balzi e discontinuità del nostro capitalismo di territorio e produrre racconto e letteratura dei distretti produttivi. Il che ne fa un’autonomia funzionale fissata in Costituzione assieme all’Università.

Sostengo da tempo che vengono avanti altre “autonomie funzionali”, non segnate in Costituzione, ma potenti nel ridisegnare territori ed economie con le reti della logistica, alta velocità docet, della cablatura, della ricerca e delle aggregazioni bancarie.

È questo uno scenario dove collocare e vedere un ruolo da istituzione dolce per le 60 Camere di Commercio che vengono avanti con la riforma. Istituzione dolce perché può svolgere una funzione maieutica e di accompagnamento del locale nel globale che viene avanti. Avendo al suo interno la conoscenza delle economie locali e i saperi delle rappresentanze, anche loro in cambiamento aggregandosi oltre le province. Nelle aggregazioni in atto tra le Camere di commercio si disegna una geografia di aree vaste, di aree metropolitane in divenire, di nodi produttivi per numero di imprese, di nuove piattaforme e di specialità territoriali come le aree montane. Geografia utile per ridisegnare governance territoriali sia per le regioni che per lo stato centrale.

Molto dipenderà dalla capacità del sistema di esercitare funzioni adeguate ai tempi di metamorfosi. A proposito di istituzione dolce, non posso che evidenziare il mettersi in mezzo delle Camere di commercio delegate ad esercitare forme di diritto dolce con la giustizia alternativa attraverso gli arbitrati. O, come nel caso delle crisi e dei rischi di fallimento, facendosi camera di compensazione della nuova legge fallimentare che finalmente toglie lo stigma a vita dei fallimenti.

Sviluppare capacità di accompagnamento da istituzione dolce non significa affatto essere ai margini dei processi di potenza che arrivano sul territorio, anzi. La promozione delle filiere, la tutela del made in Italy, l’internazionalizzazione che le Camere devono realizzare partendo dalle piattaforme produttive e dai nodi produttivi alla potenza dei flussi rimandano, essendo ormai chiaro che si produce per competere partendo da sistemi territoriali che vanno nel mondo e attraggono il mondo.

Questione ancora più chiara e netta per le funzioni camerali di servizi per il turismo e beni culturali che rimandano a quei distretti della grande bellezza, disegnati dall’Istat. Sfide che Camere aggregate come le siciliane o quelle della Maremma in Toscana e della laguna che parte da Venezia, solo per fare tre esempi, dovranno sviluppare. Così come per l’internazionalizzazione, valga l’esempio della Camera metropolitana di Milano e quelle delle piattaforme produttive del Nord o del Centro Italia.

Sono funzioni che portano dentro le contraddizioni del moderno, che non potranno prescindere dal tema cruciale delle politiche attive del lavoro e dell’alternanza scuola, lavoro e imprese, che non si risolvono solo con alcune mitiche startup, ma mettendo in relazione smanettoni e industria 4.0, scuole tecniche e manifattura. Le Camere di commercio delle nuove 60 piattaforme territoriali, così come appaiono disegnate, possono essere il luogo di condensa di un capitalismo coalizionale che, partendo dal tessuto industriale e commerciale diffuso, che è il nostro patrimonio da manutenere può tenere assieme scuola, Università, reti imprenditoriali, turismo e beni culturali, smart city e smart land. Rafforzando così la sfida del capitalismo di territorio nella turbolenza della competizione internazionale. Se sarà così, sarà stata una riforma dall’alto e dal basso utile per riposizionarsi nel mondo.

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