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Il faro dell’antitrust Ue sull’acquisizione Ilva

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Il faro dell’antitrust Ue sull’acquisizione Ilva

(Ansa)
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L’Antitrust Ue ha deciso di aprire un’indagine approfondita sull’operazione di acquisizione di Ilva da parte di ArcelorMittal. Il dossier era stato notificato alla Commissione il 21 settembre scorso. Il 19 ottobre Mittal ha presentato una serie di impegni per rispondere ad alcune delle riserve preliminari dell’Antitrust, che però non li ha ritenuti «sufficienti a fugare i seri dubbi sulla compatibilità dell’operazione con il regolamento sulle concentrazioni». La Commissione teme che l’operazione possa ridurre la concorrenza sul mercato dei prodotti piani.

In particolare, teme che il mercato, soprattutto in Europa meridionale, si possa trovare esposto ad un aumento dei prezzi. ArcelorMittal conferma che l’Ue « ha iniziato la fase 2» in relazione alla proposta di acquisizione, affermando che «continuerà il dialogo con i commissari al fine di raggiungere un’approvazione il più rapidamente possibile». L’indagine non pregiudica l’esito del procedimento. Bruxelles dispone ora di 90 giorni lavorativi (fino al 23 marzo), per una decisione.

L’esigenza più impellente in Italia, in questo momento resta però riportare il confronto per il futuro dell’Ilva nell’alveo della concretezza. È l’appello congiunto del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda e del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, all’indomani delle proteste dei lavoratori genovesi del gruppo e alla vigilia del secondo incontro della trattativa per il passaggio alla nuova proprietà. Ieri Calenda ha inoltre negato di avere contattato Cdp («prende le sue decisioni indipendentemente»), aggiungendo che il Mise sta «valutando come sarà composta la cordata definitivamente dopo eventuali prescrizioni antitrust».

Lunedì Fiom, rompendo l’unità sindacale con Fim e Uilm, ha alzato il livello dello scontro, promuovendo una mobilitazione con occupazione dello stabilimento di Cornigliano, proseguita anche nei giorni successivi. Ieri un corteo di 400 lavoratori si è diretto verso la sede della Regione. La Fiom pone al tavolo il problema dell’accordo di programma per lo stabilimento ligure, firmato nel 2005, che con la chiusura dell’area a caldo ha garantito salari e livelli occupazioni. Questa intesa sarà superata con gli esuberi del piano di Am Investco (circa 600 addetti a Cornigliano) e per questo Fiom chiede che questa specificità venga discussa.

Una posizione che, secondo il Mise, rischia di mettere a repentaglio la tenuta dell’intera trattativa sindacale. Calenda ieri, citando anche il recente ricorso sul piano ambientale di Ilva, ha richiamato tutti a una maggiore pragmaticità. «Abbiamo fatto una gara ed è stata vinta da un investitore, ora il sindaco di Taranto e il governatore della Puglia fanno ricorso sul piano ambientale e Fiom occupa da tre giorni lo stabilimento di Genova» ha detto. «Ma in quale altro paese del mondo - si è chiesto - un soggetto che vuole investire 5,3 miliardi viene accolto in questo modo?». Secondo Calenda «in Italia permane una grande cultura anti-industriale su cui va aperto un confronto serio, permane un populismo istituzionale e sindacale per cui non si accetta di parlare della concretezza delle cose, ma ci si rinchiude in proclami e ricorsi». Sulla stessa linea il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. «La politica e il sindacato - ha detto ieri - dovrebbero avere il senso del limite, quando si occupa uno stabilimento», come è successo a Genova. Oltre questo limite «c’è da farsi del male, si crea solo ansietà nel Paese e questo è il più grande male per l’economia».

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