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La slavina degli Npl minaccia l’economia della Valtellina

credito e imprese

La slavina degli Npl minaccia l’economia della Valtellina

La cittadina elegante e silenziosa, dove la mattina di sabato scorso – negli spazi pubblici destinati agli annunci funebri – sono comparsi manifesti in cui si annuncia «La perdita dei cari risparmi». Le seconde case e gli impianti di sci in alta valle. Qui ogni cosa è composta e tenuta insieme dell’amalgama dei soldi dei due istituti di credito. Poco più di centottantamila abitanti. Un passato remoto da ultima provincia dell’Impero, qualunque fosse l’Impero. Per secoli e secoli, la vita della montagna e la sua economia di sussistenza, nella lotta fra uomo e natura: mettere insieme il pranzo con la cena, pregare che i figli superino la polmonite, accompagnare i genitori al cimitero.

Poi, il Novecento fatto di una transizione improvvisa dall’economia agro-silvo-pastorale alla prima industrializzazione delle dighe e delle centrali elettriche (Enel-Snam-Aem Milano). Quindi, la terza fase del fordismo di valle, l’economia diffusa del capitalismo molecolare, il ciclo dell’edilizia e il turismo delle seconde case con alcuni poli dello sci. Una terza fase in cui le banche, con la loro dotazione tecnologica e l’informatizzazione crescente nei rapporti con i clienti, hanno contribuito a modernizzare e a terziarizzare il tessuto economico e sociale della valle. E, infine, l’attuale quarto tempo con la necessità – per ora mancata – di ridisegnare le funzioni del distretto alpino nello sviluppo sostenibile ed ecologico.

La durezza dell’oggi. Ma anche, negli ultimi quarant’anni, l’ebbrezza del benessere. «Senza le due banche – spiega Cerri – non sarebbe accaduto nulla». Oggi il Credito Valtellinese ha crediti deteriorati per 4 miliardi di euro (coperti al 45,8%). La Popolare di Sondrio per 4,3 miliardi (coperti al 48,9%). In tutto, fanno 8,3 miliardi di euro di crediti malati. Il Credito Valtellinese ha annunciato cessioni di Npl – tra cartolarizzazioni e aumento delle rettifiche – per 2,1 miliardi di euro. Per coprire le perdite, pari nei soli primi nove mesi dell’anno a 403 milioni di euro, serve un aumento di capitale da 700 milioni di euro, tre volte e mezzo l’attuale capitalizzazione, di poco superiore ai 200 milioni di euro. Negli ultimi cinque anni, il Credito Valtellinese ha perso l’80% del suo valore in Borsa, anche se tanta parte del crollo è legata all’annuncio della ricapitalizzazione. La Popolare di Sondrio non ha bisogno di aumenti di capitale e il valore del suo titolo è invariato: nei primi nove mesi dell’anno, ha ottenuto un utile di 112,3 milioni di euro, in aumento del 6,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dunque, nonostante la massa di crediti deteriorati, appare più solida ed equilibrata rispetto al Credito Valtellinese.

Ma la dinamica egemonica costruita in decenni dalle due banche rispetto al territorio è affine. Dice il valtellinese Aldo Bonomi, l’allievo di Giuseppe De Rita che più ha studiato la transizione fra fordismo e postfordismo, globalizzazione e luoghi: «Qui sono tutti sotto shock. La radice delle due banche, la cattolica Creval e la laica Popolare di Sondrio, coincide con l’antropologia del territorio. La riservatezza dei montanari diventa, di fronte a quanto sta capitando, timore per quello che può accadere ai conti di casa e dell’azienda e lutto per quello che, di se stessi, si sta perdendo».

C’è l’identità profonda. E c’è la quotidianità. «L’identità – riflette Bonomi – è fatta dalle quotazioni delle castagne conservate negli archivi delle banche e dal rito, officiato da tutti i valtellinesi, del vestirsi a festa il giorno delle loro assemblee». Questa volta, invece, la prossima assemblea del Creval, fissata per il 19 dicembre, formalizzerà l’aumento di capitale, da realizzarsi nei primi tre mesi dell’anno prossimo. La quotidianità è fatta dalle regole di un microcosmo, più chiuso che aperto, in cui tutti hanno il conto corrente in almeno uno dei due istituti di credito, mutui e fidi, azioni da lasciare in eredità ai figli, un fratello-un cugino-una moglie che lavora in banca o con la banca.

«Amiamo queste banche, perché sono la nostra vita e sono la nostra storia», dice Piero Carnini, da giovane berlingueriano e poi uomo politico di sinistra, già presidente del Fondo Pegaso e della municipalizzata di Sondrio, l’Asm. Osserva Carnini, uno dei pochi esponenti della vita pubblica valtellinese a muovere critiche pubbliche a questo sistema insieme micro e ultrabancocentrico: «Le due banche hanno avuto una traiettoria con delle analogie e con delle differenze. La Popolare di Sondrio, che a metà anni Novanta disse di no alla confluenza nella Banca Popolare di Milano, cerca oggi di mantenere la sua identità di popolare. Il Creval, in particolare quando in Banca d’Italia c’era il cattolico Antonio Fazio, ha assorbito molte piccole banche del Sud, a partire nel 1998 dalla Banca Popolare Santa Venera e nel 1999 dalla Cassa San Giacomo, fondata da Don Luigi Sturzo. Sia il Creval, che per decenni ha avuto come uomo di punta Giovanni De Censi, sia la Popolare di Sondrio, che ha avuto per decenni come leader Pietro Melazzini, hanno espresso la tendenza della valle ad avere élite immobili, che si sono autoperpetuate».

Al di là del tema della governance reale, che riguarda l’intero sistema bancario italiano spesso caratterizzato da una scarsa circolarità della classe dirigente e da meccanismi basati sulla cooptazione, c’è un oggettivo problema nella massa di crediti deteriorati che si trovano nella pancia delle due banche. E che diventano urticanti ben più delle ortiche su una mulattiera della Valchiavenna, se incrociati con la tendenza alla standardizzazione del mondo del credito che si è avviata, nel 2004, con Basilea 2.

Gionni Gritti, piccolo imprenditore di finiture di interni, è presidente di Confartigianato Sondrio, 2.500 aziende associate con 7.500 dipendenti: «L’introduzione dei rating ha scosso la quotidianità. Nel 2008 è iniziata la recessione. Nei primi anni il rapporto con le banche ha retto. Poi, quattro-cinque anni fa, è sceso l’ascolto in filiale per le esigenze dei piccoli imprenditori e degli artigiani». Gritti è, da due mandati, membro del Cda del Creval: «Nel 2008, le imprese del nostro tipo iscritte alla Camera di commercio di Sondrio erano 5.200. Adesso sono 4.600. Noi imprenditori e artigiani dobbiamo evolvere: è saltato il paradigma del piccolo è bello. Ma anche le banche devono cambiare: come si fa a chiedere a un macellaio della basse valle un piano a tre o a cinque anni?». Soltanto che, qui, con 8,3 miliardi di euro di crediti deteriorati pronti a precipitare come una slavina sulla testa di tutti, la necessità italiana della rimodulazione del rapporto banca-impresa assume una connotazione locale – insieme – silenziosa e drammatizzante.

Aldo Bonomi ha la libertà dell’intellettuale eterodosso di successo, che ama la sua valle ma non ne è prigioniero e che ha costruito la sua vita professionale – i centri di ricerca e le aule universitarie, le case editrici e le banche – fra Roma e Milano: «La verità è che, qui, le banche hanno perso il tempo del grande cambiamento. Nella nuova epoca dei flussi e delle reti lunghe, non sono riuscite ad accompagnare il territorio verso le nuove forme di agricoltura, la produzione intelligente e il turismo ecosostenibile. Siamo ancora alla “malattia del crap”, la malattia del sasso, con la proliferazione delle seconde case in alta valle pagate dai mutui bancari, dove andare a rifugiarsi da Sondrio in Suv nei finesettimana. Siamo fermi nel tempo. Se aggiungiamo la bomba dei crediti deteriorati, che non possono non avere modificato il profilo gentile, paternalistico e totale delle banche sulla Valtellina, lei si stupisce che i negozianti, gli artigiani e gli imprenditori preferiscano non parlare?».

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