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Mestieri che nessuno fa, viaggio con Chef Rubio nel lavoro…

dai macelli alle funivie

Mestieri che nessuno fa, viaggio con Chef Rubio nel lavoro «sporco»

(Ansa)
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Cosa c’è di più quotidiano anzi ordinario di entrare in un supermercato e riempire il carrello della spesa? Passare davanti al banco della carne e sceglierne un pezzo? Un’azione consueta. E quel fagotto dentro la pellicola trasparente altro non è che il risultato finale di una sequenza, composta da diversi passaggi e da diverse figure che si sono occupate di svolgerne un pezzetto. In fondo decine di lavori diversi. Molti noti, altri meno, qualcuno addirittura sconosciuto. Si tratta di mestieri ignorati perché spesso sono al limite. Al limite della scala sociale, al limite della retribuzione, al limite della fatica.

Alessandro ed Antonio sono, in Sicilia, due addetti allo smaltimento dei rifiuti, compresi quelli prodotti dai macelli. Tutto quello che non finisce dentro il banco di un supermercato tocca a loro smaltirlo. A cominciare dal sangue degli animali. Ma se non lo facessero, se nel variegato elenco dei lavoro non ci fosse anche il loro di lavoro? Per provare a figurarselo basta guardare le immagini che li raccontano. Ad esempio: immaginate di dover sversare da un recipiente all’altro decine e decine di litri di sangue, a lungo, al freddo o al caldo, in mezzo a un nugolo di insetti. Senza protezione, una tuta o una mascherina, perché è una di quelle cose che anche a farla dentro uno scafandro non cambierebbe molto.

«Anzi indossare una mascherina sarebbe anche peggior, perché aumenterebbe la sudorazione e il sudore che sa di morte è peggio dell’odore di morte», mi spiega Gabriele Rubini, ovvero Chef Rubio, che con il suo È uno sporco lavoro (sei puntate in onda su DMAX canale 52 - gruppo Discovery Italia - e realizzato dalla casa di produzione Dry Media) ogni settimana, tutti i lunedì (stasera straordinariamente la terza puntata) tesse un racconto inedito e scomodo, quello dei mestieri che sono fondamentali per mandare avanti il paese, ma che spesso sono ignorati non necessariamente per dolo o disattenzione ma semplicemente per inerzia. «Perché - spiega Rubio - tendiamo a dare tutto per scontato».

«L’aspetto sorprendente è che spesso un lavoro, trovato o perché ti è capitato, o perché qualcuno ti ha tirato dentro - le strade sono infinite -, diventa una passione». Anche nelle situazioni più estreme? « Sì passione e missione sono due parole che ricorrono». Frame dopo frame viene fuori una quotidianità difficile che alla fine più che essere subita viene accettata e così riempita di interesse, di impegno, di identità. «Quanto più estremo è il lavoro tanto più forte è la motivazione. In caso contrario credo che non si possa durare a lungo» .

Si calcola, a farlo è il sistema di monitoraggio dei fabbisogni occupazione di Uniocamere - Excelsior, che in Italia tra luglio e settembre 2017 ci sono stati circa 200mila posti senza lavoratori, ovvero il 20,6% delle 969mila entrate previste dalle aziende per quel periodo. Non in tutti questi casi c’è dietro naturalmente la difficoltà inquadrata da Rubio ma di certo c’è un vulnus anche forse culturale.

Così il racconto è specchio di una idea: spingere sulla dimensione sociale di una urgenza. E poi stimolare un esercizio all’empatia, «al non dare tutto per scontato». Una spinta a «mettersi in gioco», ad avere una visione che prima di tutto è «adoperarsi». Perché per sciogliere la crisi economica, ma non solo, serve una sola consapevolezza: «Cominciare, partire», da un punto qualunque, ma partire. Senza snobismi (raccontare gli ultimi coincide infatti con una poetica precisa: la capacità di essere veri di chi «ha il senso del passato perché da quel passato non si è mai mosso», dice Rubio), senza pregiudizi. «Non è ancora accaduto - dice Rubio - ma se accadesse di scoprire che un ragazzo scegliesse di prestare attenzione a questi mestieri dopo aver visto la trasmissione, ne sarei felice. Come sarei felice se un ragazzo che, nasce in una famiglia permeata di cultura xenofoba, mutasse atteggiamento dopo aver visto la dedizione, la serietà dei lavoratori stranieri che ho incontrato e raccontato».

Si tratta di alcuni dei 2,3 milioni gli stranieri che lavorano in Italia e che hanno prodotto (dato del 2015) ben 127 miliardi di ricchezza: quasi 11 miliardi i contributi previdenziali pagati ogni anno.

Dal Nord a Sud del paese, i volti di chi ad esempio si occupa della manutenzione della funivia sull’Etna. Ingranaggi meccanici nel vuoto il cui controllo richiede acrobazie a un passo dal vuoto. Oppure vi siete mai chiesti in quante parti si può scomporre un’automobile destinata alla smaltimento? Ed ancora se, passeggiando, per le strade di Firenze, vi venisse voglia di mangiare il lampredotto, avete mai riflettuto su chi siano gli uomini che ne predispongono la materia prima?

Stasera, ad esempio, Rubio racconterà di quella volta che ha prestato servizio alla stazione ferroviaria di Saronno per lavorare insieme agli addetti alla manutenzione dei binari delle Ferrovienord. E di come poi il giorno dopo si è svegliato per affrontare il lavoro nei campi insieme a una famiglia che da anni si dedica alla coltivazione di frutta e verdura nel mantovano.

Ed ancora: la viticoltura eroica a Saint-Denis e gli boscaioli di Saint Oyen in Valle d’Aosta, e poi la bonifica discariche abusive in Puglia, fino ad arrivare alle dighe e alla strada marchigiane. La narrazione televisiva diventa lo strumento che supplice anche a una esigenza di rappresentazione e di visibilità. E di far luce, in modo totalmente umano, in qualche caso a vere emergenze, come quella della sicurezza (642mila denunce di infortuni e 1.104 incidenti mortali nel 2016).

Un segno chiaro sul volto di Salvatore. La sua fronte serba le conseguenze dei suoi anni sulla funivia e di un incidente. «Io non sento più gli odori - dice -: è successo che è esplosa una caldaia, si è staccato un raccordo, che mi ha preso in pieno». Chef Rubio alza lo sguardo dallo schermo che stiamo guardando e mi dice: «Pensa tutta una vita a non sentire gli odori». Mangiare senza odori, camminare senza odori, parlare senza odori.

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