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Dossier Milano-Bratislava: una partita che non dovrebbe nemmeno giocarsi

    Dossier | N. 14 articoliLa scelta per la sede dell'agenzia Ema

    Milano-Bratislava: una partita che non dovrebbe nemmeno giocarsi

    Se avessi il vizio delle scommesse, non punterei i miei soldi su Milano come prossima sede dell’Ema. Un vero giocatore ama il rischio e preferirebbe il brivido di giocarsela su Bratislava. Magari gettando un chip anche su Amsterdam e Vienna. Sì, perché una delle più grandi società di scommesse europee ha emesso nei giorni scorsi, sotto forma di quote, il proprio verdetto: Milano sarebbe di gran lunga favorita (quota di 2 a 1) nella corsa all’Ema. Stacca la capitale slovacca (quota di 5 a 1) lasciando le altre favorite largamente distanti (quote di 10 a 1, una vera tragedia per i bookmakers). Nello stesso giorno, il Ministro degli Esteri tedesco ha fatto una dichiarazione di sostanziale supporto alla candidatura di Milano, sostenendo che sarebbe una scelta eccellente.

    Queste notizie confermano un sentiment che si sta consolidando in molti angoli d’Europa, consacrato anche in un recente editoriale del Financial Times: Milano e Bratislava sarebbero le favorite.

    Eppure la partita tra le due non dovrebbe neppure iniziare. La capitale slovacca ha molte, evidenti e fortissime debolezze. La più palese riguarda l’altissima percentuale di funzionari Ema (rilevata da una consultazione interna alla stessa agenzia cui alcuni organi di stampa hanno avuto accesso) che non gradirebbe trasferirsi in Slovacchia, che sarebbe addirittura pari al 86%. Se una parte rilevante di essi dovesse veramente decidere di non trasferirsi, sarebbe il tracollo, con le nefaste conseguenze per l’intero sistema sanitario europeo e la salute pubblica dei cittadini di cui già molto si è scritto. È un rischio che nessuna persona dotata di buon senso oserebbe correre.

    Milano non ha simili debolezze ed anzi ha carte impareggiabili, a cominciare dal Pirellone, sede designata per l’agenzia. Qualche nota stonata esiste anche da noi, nel sistema italiano più che nel capoluogo meneghino. Anche se sarebbe facilmente correggibile, se alcune cose funzionassero come dovrebbero. Mi riferisco, ad esempio, alla modesta presenza nel nostro paese di iniziative di venture capital nel mondo delle scienze della vita e, in particolare, in uno dei settori più strategicamente importanti, le biotecnologie. Ne ha scritto lucidamente nei giorni scorsi su queste colonne il dott. De Molli.

    Pur avendo una produzione scientifica paragonabile a quella della Francia, gli investimenti in venture capital in tale settore sono solo pari a un decimo di quelli dei cugini d’oltralpe. Non va bene, così. Le start-up sono un elemento essenziale per lo sviluppo industriale, in qualunque settore ma nel biotech in particolare, dove i costi di sviluppo e sperimentazione anche pre-clinica sono ingentissimi. Molti dei nuovi medicinali e delle nuove terapie biotech che nei prossimi mesi e anni saranno oggetto di richiesta di autorizzazione al commercio (all’ Ema) arriveranno da piccole biotech, alleate con le industrie del farmaco o inglobate da queste. In assenza di adeguati finanziamenti, in Italia si stenta ancora a creare un vero ecosistema di scienza che si trasforma in impresa e quindi in industria.

    Un ruolo centrale lo dovrebbe svolgere la piattaforma ITAtech, la collaborazione tra la Cassa Depositi e Prestiti e il Fondo Europeo per gli Investimenti, che ha una dotazione di 200 milioni di euro (soldi tutti pubblici) destinati proprio al Trasferimento Tecnologico, ovvero al passaggio dalla ricerca scientifica allo start-up di potenziali nuovi prodotti. Il condizionale è d’obbligo perché ad oggi risulta che siano stati stanziati solo 30 milioni, mentre sarebbe in valutazione, come riportato da recente stampa, uno stanziamento ad un nuovo soggetto. Peccato che sia francese. C’è da augurarsi che venga data pari attenzione alle tante e meritevoli iniziative italiane o che sia assicurato un pari apporto di capitali non italiani in caso di iniziative straniere. La dotazione di ITAtech potrebbe cambiare i destini di molti ricercatori, creando un vivaio domestico che darebbe linfa vitale al settore in Italia.

    E qui torniamo all’Ema. Si è scritto parecchio sulle ricadute estremamente positive che genererebbe l’agenzia a Milano. Qualcuno ha ipotizzato un incremento di mezzo punto di Pil. Non ho né gli elementi nè la competenza per capire se si tratti di un azzardo o se, al contrario, nel lungo periodo questa cifra potrebbe essere anche più alta. Quel che è certo è che la ricaduta sarà tanto più grande quanto più forte risulterà l’ecosistema (ivi incluse le start-up biotech) in cui si collocherà l’agenzia.

    Concludo con un monito ai nostri rappresentanti istituzionali. Il sentiment di cui parlavo all’inizio di questo intervento sta rischiando in queste ore di generare eccessivi e prematuri entusiasmi, a tutti i livelli. È invece opportuno mantenere lucidità e prudenza. I colleghi con più anzianità di servizio mi hanno raccontato che, quando fu presa la decisione sulla collocazione iniziale dell’Ema, la grande favorita fino alla notte precedente il voto era Barcellona. Correva l’anno 1993. Nella città spagnola (o, secondo le inclinazioni, catalana) si erano appena conclusi con grande successo i giochi olimpici estivi per ospitare i quali erano state costruite modernissime opere e infrastrutture che avevano cambiato volto alla città. Tutto era pronto, nuovo e disponibile. L’entusiasmo era alle stelle. Probabilmente i bookmakers davano Barcellona alla pari. La notte prima del voto, invece, la diplomazia inglese riuscì miracolosamente a invertire la rotta e a far convergere su Londra la maggioranza dei voti.

    Tocchiamo tutti ferro, o legno, secondo etnia. La partita non è ancora finita.

    In queste ultime ore che precedono il voto del Consiglio del 20 novembre, la nostra diplomazia e (caso unico, pare, tra i candidati) i rappresentanti dell’industria di settore sono impegnati in varie capitali europee a raccogliere consensi e ad assicurare l’appoggio degli altri stati alla candidatura italiana. Bisogna però anche vigilare che non avvengano, sotto banco, trattative e accordi più o meno inconfessabili che possano sovvertire all’ultimo momento le previsioni dei bookmakers inglesi.

    *Partner e Leader del Focus Team Life Sciences di BonelliErede

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