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Foodora, Deliveroo, Uber: come fare milioni pagando 3,6 euro i…

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Foodora, Deliveroo, Uber: come fare milioni pagando 3,6 euro i rider

«Foodora, vieni pure!». In un ristorante di Milano, la proprietaria invita il ragazzo che sosta fuori dal locale a farsi avanti. “Foodora”, come lo chiama lei, è uno dei fattorini assoldati dall'omonima piattaforma di consegne a domicilio per recapitare a casa pasti in meno di mezz'ora, dopo aver ricevuto una notifica sullo smartphone che gli indica l’indirizzo del cliente. La piattaforma, controllata dalla compagnia tedesca Delivery Hero, è accomunata alla rivale Deliveroo e alla app di trasporti privati Uber da un’innovazione abbastanza radicale: sono fra le prime startup interessate da vertenze sindacali per anomalie nei rapporti con i propri lavoratori. Se il colosso dell'e-commerce Amazon è alle prese con lo sciopero indetto dai suoi dipendenti italiani in vista del Black Friday, Foodora, Deliveroo e Uber - portabandiera della cosiddetta on demand economy - sono abituati a cause e denunce ai tribunali del lavoro per la «zona grigia» che avvolge la propria forza lavoro.

Le rivendicazioni riguardano il trattamento generale e l'opacità sul rapporto effettivo nei confronti dell'azienda, insieme a uno dei tasti più delicati: la retribuzione. Una delle caratteristiche in comune fra le tre è di pagare i «lavoretti» svolti per conto proprio a pochi euro l’ora o con inquadramenti contrattuali ad hoc, schiacciando al ribasso i costi del lavoro che peserebbero altrimenti in bilancio. Il tutto mentre il giro d'affari continua a lievitare con picchi che possono raggiungere anche il +600% nell'arco di un anno, guadagnando in alcuni casi posizioni di quasi monopolio su determinate zone o settori commerciali.

Meno di 5 euro lordi a consegna
Reclami o proteste non sembrano comunque aver influito sull’espansione delle tre aziende. Uber, fresca di sconfitta al Tribunale del lavoro di Londra contro la causa di due drivers, ha raggiunto 65 milioni di utenti al mondo, veicolando con la sua piattaforma oltre 5 miliardi di corse a maggio 2017 e raggiungendo una valutazione intorno ai 70 miliardi. I suoi più di 2 milioni di conducenti (1000 solo fra Roma e Milano) guadagnano con l’incasso di una quota del 75% sulla corsa svolta, mentre il restante 25% finisce all’azienda per la sua intermediazione. Raggiunta dal Sole 24 Ore, la società precisa che i driver non sono dipendenti ma «professionisti» attinti fra lavoratori con partite Iva o dipendenti da «partner» della piattaforma, in genere rappresentati da servizi di Ncc che si appoggiano alla app di Uber per allargare il proprio giro.

La berlinese Foodora non fornisce numeri sul fatturato, ma la sua controllante Delivery Hero (che ha in portafoglio brand simili come Foodpanda e Hungryhouse) ha chiuso i primi sei mesi del 2017 con un fatturato di 253,2 milioni di euro, in rialzo del 94,3% rispetto allo stesso periodo del 2016. Solo l’Europa ha visto i ricavi crescere del 41,3%, a 95,5 milioni di euro, spinta da un rialzo di quasi il 40% negli ordini. Il reddito operativo (differenza tra valore di produzione e costi) è in rosso di 134,5 milioni di euro, ma a pesare sembrano essere soprattutto i 155,8 milioni di euro spesi in marketing e gli investimenti per l’ampliamento del gruppo. I fattorini che tengono in piedi il servizio di Foodora sono inquadrati in un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa che «ha delle tutele» (come i contributi Inps e Inail) e vengono pagati 4 euro lordi a consegna: 3,60 euro netti.

La britannica Deliveroo è valutata 2 miliardi di dollari dopo un round di finanziamenti da 500 milioni e dispiega il suo servizio di consegne con 30mila fattorini in 12 paesi, circa 1.300 dei quali attivi in Italia. Ha chiuso il 2016 con ricavi per 129 milioni di sterline, in rialzo del 611% rispetto ai 18 milioni del 2015, e perdite dello stesso valore: 129 milioni, aumentate del 300% rispetto ai 30,1 milioni del 2015. I suoi corrieri vengono contrattualizzati come collaboratori fino a che le entrate non superano i 5mila euro l’anno, soglia oltre la quale scatta l’obbligo di partita Iva. La retribuzione lorda è di 7 euro l’ora per chi si muove in bici, con un contributo aggiuntivo di 1,5 euro, per salire a 8 euro l’ora nel caso dei fattorini che si muovono in scooter (con rimborso di benzina annesso). L’azienda fa sapere che i corrieri sono «assicurati in caso di danni o di decesso».

Tiraboschi (Adapt): si pone al centro il cliente, ma si distrugge il mercato
Michele Tiraboschi, ordinario di diritto del Lavoro all'università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore scientifico all’Adapt (il centro studi fondato da Marco Biagi), pensa che le proteste scatenate in passato contro le aziende della cosiddetta gig economy (l’economia dei lavoretti e degli impieghi on demand) e lo stesso sciopero di Amazon manifestino il «malessere» che incombe sul settore: lo squilibrio tra crescita del giro d’affari e livello delle retribuzioni alimenta una tensione naturale.

«Sono modelli di business che mettono al centro il cliente e l’efficienza - dice -Ma ragionando così si considera il lavoro merce e si distrugge il mercato». Tiraboschi è consapevole che si sta assistendo a «un cambio di paradigma» rispetto al passato, dove si definiscono «forme di lavoro sui generis» per favorire la crescita di piattaforme nate e sviluppate sul Web. Ed è anche vero che il lavoro prestato alle aziende della gig economy è volontario, nonostante le retribuzioni sotto ai 10 o i 5 euro lordi che si possono incassare. «Così però - avverte Tiraboschi - si vanno a schiacciare le aziende che “rispettano” le tariffe imposte, ad esempio, dai contratti nazionali. Ci dovrebbe essere più spazio per le contrattazioni». E i sindacati cosa dicono? Maurizio Diamante, coordinatore nazionale Fit-Cisl per autotrasporto merci e logistica, spiega che l’ambizione sarebbe di «normalizzare rapporti strani» in una contrattazione condivisa. «Vorremmo rendere i riders dei dipendenti - precisa Diamante - Ma non sarà facile, non ci sono aziende con cui parlare». Potere dell’impalpabilità del Web.

La gig economy funziona (se costa poco)
Oltre alla sfera dei diritti, infatti, la regolamentazione delle piattaforme online della gig economy può determinare la sopravvivenza stessa dei suoi modelli di maggior successo. La stessa Deliveroo genera un margine lordo di appena lo 0,7% sui ricavi prodotti, pur tenendo le retribuzioni dei suoi fattorini ai livelli indicati sopra. Un aumento del costo del lavoro, secondo le analisi emerse finora, incrinerebbe la sostenibilità del business e la possibilità di crescita dopo la fase di consolidamento: non è facile garantire le stesse performance quando le entrate si devono bilanciare con le spese di un organico distribuito su più paesi. Una preoccupazione condivisa con le stesse Uber, Foodora e le altre piattaforme, rette su quella che le aziende definiscono la «necessaria flessibilità» del lavoro: la possibilità di assegnare trasporti e consegne a un bacino indifferenziato di utenti-collaboratori, sostituibili nell’arco di poche frazioni di secondo. In fondo si tratta solo di capire chi risponderà al prossimo push, la prossima notifica.

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