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La guerra del bike-sharing: così le bici cinesi low cost…

GUERRA DEI PREZZI

La guerra del bike-sharing: così le bici cinesi low cost «invadono» il mercato italiano

Quando sono iniziate a comparire a Milano, lo scorso luglio, le bici cinesi di Mobike e Ofo hanno fatto colpo per due motivi: erano gratis, o quasi, e «si potevano lasciare ovunque». In autunno le promozioni sono finite, ma la possibilità di muoversi senza vincoli è rimasta il piatto forte di servizi che offrono corse a pochi centesimi al minuto. Solo a Milano le bici del cosiddetto free-floating, a libera circolazione, sono oggi 12mila e potrebbero raddoppiare a 24mila con il bando programmato dalla Città metropolitana per allargare il modello a 134 Comuni dell'hinterland. Mobike è presente con 8mila “pezzi” nel capoluogo lombardo e conta oggi 15mila bici in tutta Italia distribuite tra Bergamo (al debutto oggi), Cremona, Firenze (inclusi i comuni di Bagno a Ripoli e Scandicci) e Torino. Per il futuro punta su Bologna e forse Roma, con l’obiettivo di arrivare 20mila bici entro la fine dell’anno. Ofo ne ha posizionate 4mila a Milano e pianifica di arrivare a circa 1.200 bici in tre comuni della Città metropolitana (Peschiera, San Giuliano e San Donato), oltre a una flotta di 350 bici a Varese.

L'exploit non è indolore perché, secondo alcuni, finirebbe per scardinare il modello station-based (basato su stazioni di servizio) che ha spianato la strada a vecchi esperimenti come BikeMi. Con ricadute anche sui business complementari al pagamento di abbonamenti e utilizzi singoli: senza il bisogno di spazi fisici, sono a rischio sia i ricavi dall'affissione di pubblicità nelle stazioni sia le entrate derivanti dalla concessione d'uso. Stime risalenti al 2014 proiettavano il mercato del bike-sharing sopra ai 5,3 miliardi di dollari entro il 2020. Oggi il pronostico potrebbe essere rispettato, ma con uno sbilanciamento deciso verso le sole aziende cinesi.

La “vecchia” BikeMi: per noi ininfluente, ma servono più regole
Nel concreto l'impatto del free-floating sul “vecchio” bike sharing si è già fatto sentire. BikeMi, il servizio convenzionato con il Comune di Milano e gestito dalla multinazionale dell'advertising ClearChannel, ha registrato a settembre un calo negli abbonamenti (-5%) dopo anni a segno più. Interpellato dal Sole 24 Ore, il Comune sostiene che la diminuizione «non sia significativa». ClearChannel ammette invece il contraccolpo dell'arrivo di nuovi rivali, ma non vede in ogni caso i presupposti di una crisi. «A parte settembre per noi l'avvento dei nuovi competitor è ininfluente. Sono solo servizi complementari» dice Sergio Verrecchia, direttore del servizio BikeMi in Italia per conto di ClearChannel. Il totale di sottoscrittori del servizio è passato dai 10.700 del 2009, quando il progetto aveva solo un anno, ai circa 60mila del 2017. Oggi si regge su 4.650 biciclette (3.650 tradizionali e 1000 elettriche), oltre 280 stazioni e una media di oltre 4 milioni di prelievi nel 2016.

Il servizio viaggia attualmente su un «leggero utile» di circa 200mila euro, con sei milioni di euro di costi di gestione coperti per due milioni dalle entrate degli abbonamenti e per i restanti quattro (e oltre) dai ricavi pubblicitari. Ma è così sicuro che il sistema BikeMi non rischi di essere danneggiato da un esercito di 24mila bici che costano meno e sono svincolate da stazioni e orari? «Io non credo che il sistema Mobike possa sostituire lo station based – dice Verrecchia – Ma ci sarà biosgno di una regolamentazione che faccia chiarezza ed eviti danni a sé e agli altri». Verrecchia allude ai vandalismi che hanno colpito Mobike e Ofo in Italia e all'estero, con ripercussioni indirette sulla concorrenza. Oltre al teppismo vero e proprio - bici scagliate in canali o smontate per sottrarne le componenti più preziose - il concetto di free floating è stato preso un po' troppo alla lettera da utenti che spostano bici fuori dal Comune prima del via libera di qualsiasi bando. Già oggi le bici di Mobike si possono trovare fuori Milano, contro alle regole teoriche dell’azienda. «E questo non dovrebbe succedere – dice Verrecchia – La regolamentazione è necessaria per tutelare tutti».

Il rumor su una «ragionevole» maxi-fusione
Nel frattempo la corsa di Mobike e Ofo continua e potrebbe, secondo rumor insistenti, sfociare in una fusione fra le due. Il matrimonio darebbe vita a un colosso da 17 milioni di bici (10 milioni Ofo e 7 milioni Mobike), una valutazione aggregata di 6,3 miliardi di dollari (3,3 miliardi Mobike e 3 miliardi per Ofo) e decine di milioni di utenti mensili ciascuno.Raggiunta dal Sole 24 Ore, Ofo non commenta e liquida l'ipotesi come una «speculazione non veritiera». Un parere un po' diverso da quello fornito da Alessandro Felici, Ceo di Evlonet, l'azienda italo-cinese di e-commerce che si occupa della distribuzione delle bici Mobike nel nostro paese. Felici considera un'eventuale aggregazione «molto ragionevole» per una questione di praticità: le due aziende offrono un business praticamente identico, con livello di prezzi simili e senza vantaggi competitivi evidenti rispetto alla controparte.

In aggiunta, entrambe godono di una disponibilità di cassa notevole (2,2 miliardi di finanziamenti complessivi) e hanno la possibilità di spremerla in investimenti per la crescita. Fino a un certo punto, però: « Un conto sarebbe se una delle due avesse un vantaggio particolare, ad esempio sulle tecnologie o i prezzi. Ma non è così – spiega Felici – Ora stanno bruciando cassa ed è normale che gli azionisti chiedano, prima o poi, una svolta». Ofo prevede il break-even entro quest'anno e la profittabilità nel 2018, Mobike fissa all'anno prossimo la scadenza per centrare almeno il pareggio di bilancio. È vero: l'obiettivo è «raggiungere un'economia di scala» e alle spalle ci sono i round di finanziamento-monstre garantiti da giganti come la holding dell'e-commerce Alibaba e la società di investimento Tencent. Ma si parla pur sempre di industrie che devono tenersi in piedi e dare riscontri soddisfacenti ai propri azionisti: «Qui in Italia si fa l'errore di vedere il bike-sharing come un grosso regalo dalla Cina – dice Felici- Noi invece dobbiamo creare modelli di sostenibilità economica. I soldi non sono infiniti e gli investitori cinesi possono uscire dal modello con la stessa velocità con cui erano entrati».

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