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L’indotto Ilva a rischio mobilità

SIDERURGIA

L’indotto Ilva a rischio mobilità

Resta alta la tensione tra la Puglia e il Governo dopo la decisione della Regione e del Comune di Taranto di impugnare al Tar di Lecce il Dpcm sul piano ambientale di Am Investco, la società che si è aggiudicata l’Ilva. Nel frattempo esplode la crisi dell’indotto tarantino. Con l’amministrazione straordinaria in ritardo sui pagamenti, le imprese annunciano: niente tredicesime e possibile avvio della mobilità. Mentre, nonostante gli appelli dell’esecutivo e dei sindacati a ritirare il ricorso, il presidente Michele Emiliano e il sindaco Rinaldo Melucci confermano la scelta della giustizia amministrativa. «Tornino al tavolo con proposte sensate» chiede agli enti locali il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. «Cambiate il piano ambientale e aprite alla decarbonizzazione» replica Emiliano. Pesano i tempi del giudizio e il protrarsi dello stallo. Il Tar di Lecce dovrebbe tenere la camera di consiglio dopo l’Epifania, ma non è escluso che si pronunci incompetente con un rinvio al Tar del Lazio.

Regione e Comune dicono che la scelta di Lecce è dovuta al fatto che il provvedimento impugnato dispiega i suoi effetti a Taranto, ma il Dpcm - osservano altre fonti legali - è un atto di un’amministrazione centrale, è collegato ad una procedura di gara e di vendita che riguarda più siti e non solo Taranto, e l’Ilva è riconosciuta dalla legge azienda strategica di interesse nazionale. D’altra parte, si osserva ancora, quando la Regione e il Comune di Melendugno hanno impugnato le autorizzazioni del Mise sul gasdotto Tap (perdendo) sono andati al Tar del Lazio e non a quello di Lecce. In tutto questo, poi, c’è il rischio che ArcelorMittal, azionista di peso di Am Investco, rinunci perchè non c’è certezza di poter investire: 2,3 miliardi tra parte industriale e ambientale, più altri 1,8 per l’acquisizione.

L’indotto intanto lancia l’allarme. «Non paghiamo le tredicesime, lo comunicheremo ai sindacati», dice il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo. Si tratta di 340 imprese con 7.600 lavoratori. Molte segnalano ritardi nei pagamenti da parte di Ilva. Mancano all’appello, secondo Confindustria, 30 milioni, per aziende, già esposte per altri 150 milioni. Quest’ultimi si riferiscono ai lavori eseguiti e non pagati nel periodo antecedente l’amministrazione straordinaria. Ilva replica: da inizio anno sono stati versati 220 milioni all’indotto e «ad oggi lo scaduto esigibile è di 25 milioni, la maggior parte riferibile a 30 giorni e non a 90. La società sta facendo il possibile per onorare gli impegni».

«Sullo scaduto abbiamo cifre diverse - ribatte Cesareo -. Ci sono stati di avanzamento lavori emessi in ritardo, chi ha lavorato per la decontaminazione non è pagato da luglio, mentre aziende che avanzano 1-1,5 milioni, si vedono corrispondere acconti di 80-100mila euro. Nessuno disconosce la crisi dell’Ilva o il lavoro dei commissari e dei manager, ma l’indotto non può più restare in queste condizioni. Anche perchè - osserva Cesareo - siamo scottati da come sono finiti i vecchi crediti: ci era stata promessa la prededuzione, ma da quei lavori non avremo alcun ritorno perchè sono finiti nella massa dei chirografari e non ci sono risorse».

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