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Dossier | N. 2 articoliInquinamento da Pfas, tutto quello che c'è da sapere

L’acqua del Veneto contaminata da composti chimici. Nuovi controlli sugli abitanti

(Ansa)
(Ansa)

È ancora allarme in Veneto per gli Pfas, i composti chimici perfluoroalchilici che contaminano l’acqua potabile. Mentre è stata scoperta la presenza di queste sostanze nel sangue di alcuni cittadini di San Bonifacio (Verona), una zona ritenuta fuori dalla zona di maggiore attenzione per la presenza di Pfas, sono iniziate nei giorni scorsi nell’Ambulatorio Pfas dell’ospedale di Lonigo le prime quattro visite per lo screening di secondo livello per la contaminazione.
Non si sa ancora con certezza se questi composti sono pericolosi e che effetti possono avere sull’organismo umano.
Finora questi composti del fluoro non hanno mostrato rischi evidenti, ma non se ne conoscono eventuali meccanismi di interazione con la salute per diversi motivi: perché sono prodotti recenti e quindi non c’è esperienza sufficiente; perché sono prodotti chimicamente inerti e quindi non vengono assimilati e quindi in teoria innocui; perché solamente in Veneto appena quattro anni fa è emersa una contaminazione di cui nessuno nel mondo ha mai sospettato e quindi indagato. Coisì gli studi condotti finora sono contraddittori, alcune ricerche lasciano sospettare rischi per la salute, altre negano pericoli.

Dove sono: Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana

Gli interventi sugli acquedotti e la nuova legislazione introdotta in Italia (partendo dal Veneto l’Italia è tra i primi Paesi a darsi limiti, ma nel mondo questi composti non sono né limitati né normati) hanno abbassato in modo decisivo la presenza di queste sostanze nell’acqua potabile del Veneto centrale, mentre sono state messe sotto controllo le altre acque dove è stata riscontrata una presenza di queste sostanze come la Lombardia (nei fiumi Lambro, Olona e Adda), il Piemonte orientale (nella zona di Alessandria), la Toscana.
Un mistero è anche la provenienza di Pfas nelle acque del bacino del fiume Serio, in provincia di Bergamo: probabilmente proviene dal polo tessile della Valseriana o della val Gandino.

Tra i cittadini del Veneto centrale è paura, anche se non si sa se gli Pfas fanno male. Alcuni studi sospettano che possano essere pericolosi per la salute, altri lo negano. Ma intanto ai primi di dicembre l’associazione ecologista Greenpeace ha organizzato proteste a Venezia.

Mentre è ormai quasi del tutto completato il risanamento della fabbrica chimica vicentina Miteni, che ha prodotto per decenni i cimposti contestati, sono in corso i disinquinamenti degli acquedotti. Per esempio la società Acque Veronesi sta investendo per azzerare del tutto la presenza di Pfas nell’acqua potabile. «I lavori di potenziamento dei filtri partiranno a inizio anno e termineranno entro aprile», ha detto il presidente della società Niko Cordioli. «L’impianto di Lonigo sarà così dotato di una doppia filtrazione dell’acqua, attraverso l’istallazione di nuovi silos e l’utilizzo di 130 tonnellate di carbone attivo».

Gli Pfas nella carta forno, nelle padelle, sui divani di pelle

Gli Pfas sono composti chimici del fluoro la cui caratteristica pregiata è l’assoluta inerzia chimica: non reagiscono con nulla, non s’incollano e non aderiscono, non fanno attaccare i grassi ma nemmeno l’acqua, non sono sensibili agli acidi, non si degradano; se ingeriti non sono metabolizzati né digeriti.
Per questo motivo gli i composti perfluoroalchilici Pfas sono usati come antiaderenti sulle padelle, antimacchia su tessuti, moquette e divani, impermeabilizzanti su pellami e giacconi. Sono l’ingrediente che rende ideali le carte forno, i bigliettini attacca-stacca per appunti, le carte oleate dei salumieri.
Ma negli anni questi composti sono filtrati anche negli acquedotti del Veneto centrale, soprattutto nelle province di Padova e Vicenza, perché il principale produttore europeo di Pfas si trova da mezzo secolo a Trìssino, in provincia di Vicenza.

L’accumulo nel sangue

Mentre in animali sperimentali gli Pfas assunti tramite l’acqua vengono espulsi senza che abbiano prodotto alcuna interazione con l’organismo, invece dalle esperienze condotte in questi anni in Veneto si è scoperto che nell’uomo queste sostanze non riescono a passare il filtro dei reni e quindi non sono smaltite: nelle persone gli Pfas possono accumularsi senza alcun limite e continuano a circolare nel sangue, raggiungendo spesso tassi altissimi.

Livelli altissimi negli abitanti del Veneto centrale

I residenti nella Bassa e nell’Est Veronese presentano valori medi di Pfoa (uno dei composti della famiglia delle sostanze perfluoroalchiliche Pfas) nel sangue fino a nove volte superiori al valore più elevato registrato nelle zone non contaminate.
Il tasso di Pfoa nel sangue di chi abita nella zona a maggiore presenza di contaminanti Pfas è in media 61,7 nanogrammi per millilitro di siero sanguigno, mentre nella zona B la mediana è 37,1.
A titolo di confronto, nelle aree non contaminate il tasso di Pfas nel sangue delle persone va da 1,5 a 8 nanogrammi per millilitro di sangue.

I veneti sotto esame medico

Un anno fa era stato avviato un screening di primo livello tra i residenti dell’area rossa che coinvolgerà complessivamente circa 85mila persone.
Tra quanti hanno aderito o aderiranno, per chi presenta elevati livelli di Pfas nel sangue in combinazione con valori alterati — cardiovascolari o metabolici — è previsto il controllo di secondo livello, anche questo completamente gratuito, con nuovi esami e una presa in carico da parte del sistema sanitario veneto.

Non si sa ancora se questi composti sono pericolosi. I controlli si svolgono nei principali ospedali interessanti dalla contaminazione. Secondo Francesca Russo, della direzione prevenzione della Regione del Veneto, «visto che abbiamo riscontrato alte concentrazioni nei 14enni, stiamo cercando di individuare un programma adeguato per l’analisi di soggetti più giovani, sotto i 14 anni. Il piano prevede la convocazione di soggetti dai 14 ai 65 anni, per un totale di 85mila abitanti dell’area rossa».

Per saperne di più
Chi volesse saperne di più può leggere il ricco rapporto finale del Progetto tra Irsa-Cnr e ministero dell’Ambiente, che mostra la situazione italiana. Lo studio è scaricabile all’indirizzo http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/reach/progettoPFAS_ottobre2013.pdf coordinato dal gruppo di ricerca sugli inquinanti emergenti presso dell’Irsa Cnr (l’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr) a Brugherio, il cui sito web è www.irsa.cnr.it.


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