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In dogana dazi in ordine sparso

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In dogana dazi in ordine sparso

Biciclette cinesi dichiarate “Made in Bangladesh” e pannelli fotovoltaici passati come giapponesi per evitare i dazi antidumping. Prezzi per il cotone lavorato inferiori ai valori del prodotto grezzo. Dichiarazioni mendaci, elusione degli obblighi doganali, sottofatturazioni. Ci sono troppe carenze nei controlli doganali all’ingresso della Ue sulle merci in provenienza da Paesi terzi – Cina inclusa – e questo pesa sui contribuenti europei. Secondo l’Olaf (l’Agenzia Ue antifrodi), tra il 2013 e il 2016, il solo Regno Unito avrebbe dovuto mettere a disposizione quasi 2 miliardi di euro in più di dazi doganali. Mancanza compensata, di fatto, dai contributi degli Stati membri.

Sono le conclusioni a cui è giunto il rapporto 19/2017 della Corte dei conti Ue, che, nei mesi scorsi, ha compiuto un audit in 5 “Paesi di frontiera”: Gran Bretagna, Italia, Spagna, Polonia e Romania.

Perché le merci provenienti da paesi terzi che entrano negli Stati membri della Ue, una volta che hanno superato la “porta d’accesso” possono poi circolare liberamente nello spazio europeo. E dovrebbero essere, quindi, soggette a controlli doganali scrupolosi. Tuttavia, gli importatori possono deliberatamente ridurre o eludere l’obbligazione doganale, per esempio, sottovalutando le proprie merci, dichiarando un paese di origine falso o imputando le merci a una categoria di prodotti con un’aliquota del dazio inferiore.

Il problema è se, come e con quali strumenti si controlla. La realtà è che – nonostante la Commissione abbia promosso (ma non imposto, dato che ogni Paese ha la propria Autorità doganale) l’uso di strumenti e di buone prassi, i Paesi continuano a gestirsi in ordine sparso.

I rilievi della Corte

Sotto accusa, in particolare, il Regno Unito e i porti del Nord Europa. La Corte ha rilevato che l’assenza di richieste di garanzie nel Regno Unito ha permesso che merci cinesi fortemente sottovalutate venissero sdoganate in Gran Bretagna per poi essere ritrasportate nell’Europa continentale. Prodotti tessili o calzaturieri sottovalutati e provenienti dalla Cina sono stati spediti da Amburgo a Dover, dove sono stati immessi senza controlli allo sdoganamento, per poi essere nuovamente spediti in Polonia o in Slovacchia.

Un’operazione congiunta, condotta nel 2016 da Olaf e Dogane francesi, ha confermato che le frodi per sottovalutazione delle merci avevano luogo principalmente nel Regno Unito e che questa situazione era aggravata ulteriormente dal mancato versamento dell’Iva negli Stati membri di destinazione. Il valore dichiarato a fronte di fatture false era sottostimato da 5 fino a 10 volte. Per questo motivo, secondo Olaf, nel triennio 2013-2016, sarebbero mancati quasi 2 miliardi di euro in più di dazi doganali.

Critiche piuttosto pesanti vengono poi rivolte anche alla Spagna, oltre che a Uk, a proposito dell’assenza di controlli allo sdoganamento sulle procedure semplificate. E, in via marginale, viene rilevata l’assenza di un sistema sanzionatorio amministrativo in Polonia.

E l’Italia? I nostri porti non sono mai citati nè assimilati a quelli “colabrodo”. L’unico appunto diretto della Corte dei Conti Ue è, però, l’assenza di audit a posteriori, cioè di controlli sugli operatori economici autorizzati.

Infine, va detto che le merci, il cui valore non raggiunge una data soglia, sono esentate da dazi doganali. E che la Corte ha anche rilevato il pagamento di dazi doganali inferiori al dovuto per merci acquistate online al di fuori della Ue, con la compiacenza di diversi corrieri.

Mancanza di sanzioni

Il problema, però, è a monte. Nonostante i progressi verso una normativa doganale più uniforme, gli Stati membri continuano a procedere in ordine sparso, in termini di controlli doganali, per fronteggiare la sottovalutazione delle merci, l’errata descrizione dell’origine e della classificazione, ma anche in tema di sanzioni. Perchè Bruxelles non premia chi è scrupoloso, nè punisce chi non lo è. Quelli che svolgono i controlli doganali, senza però riuscire a recuperare il mancato gettito della Ue, rischiano di subire conseguenze finanziarie, mentre è possibile che quelli che i controlli non li eseguono, non corrano neppure alcun rischio.

«I dazi doganali – ha affermato Pietro Russo, responsabile della relazione per la Corte dei Conti Ue – corrispondono al 14% del bilancio della Ue, ossia a circa 20 miliardi di euro. La loro evasione grava sui contribuenti europei».

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