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Il macigno degli Npl sul contratto dei bancari

credito e occupazione

Il macigno degli Npl sul contratto dei bancari

Andrea Mangoni, ad di Dobank (Imagoeconomica)
Andrea Mangoni, ad di Dobank (Imagoeconomica)

Che gli Npl siano l’affare del momento lo testimonia la proliferazione di società italiane e straniere che se ne occupano, ma che gli Npl siano la via per mantenere i livelli occupazionali e per rafforzare il contratto del credito è tutto da vedere. I 300mila bancari e i loro sindacati stanno puntellando la montagna, o la valanga, dei non performing loans. Non senza qualche difficoltà.

Se la banca sceglie la via della gestione interna, il mantenimento del contratto del credito ai lavoratori è stata finora, con le debite eccezioni una logica conseguenza, se però la banca sceglie la via della piattaforma ad hoc e magari della sua cessione a società esterne, allora liberi tutti di usare il contratto più vicino a questo tipo di attività, anche perché alle società che se ne occupano non è richiesta la licenza bancaria.

Quindi neppure il contratto del credito? In realtà, secondo il testo del rinnovo del 2015, si specifica che nell’attuale fase di ricerca di efficienza si possono verificare processi di riorganizzazione o razionalizzazione la cui realizzazione può comportare anche l’eventuale allocazione di personale e di attività a società non controllate. Premesso questo, però, le parti hanno poi messo nero su bianco che al personale interessato da tali processi deve essere applicato il contratto del credito. Nel lungo elenco di attività interessate da questi processi il contratto, però, non cita espressamente la gestione degli Npl ed è proprio a questo che si appella chi sta usando o ha in mente di usare contratti diversi. Vediamo.

Tra i più importanti player nella gestione e recupero dei crediti non performing nel nostro paese oggi c’è doBank, società posseduta da Eurocastle investment limited e da un fondo gestito da Fortress investment group che ha recentemente acquisito Italfondiario. In doBank è stato conservato il contratto del credito ossia il contratto di provenienza dei lavoratori delle società che negli anni sono confluite nel gruppo ed erano nate in seno ad alcuni grandi istituti bancari, come Uccmb.

In Veneto, Sga (la ex bad bank del Banco di Napoli che negli anni si è trasformata in un operatore nel settore degli Npl ) la scorsa estate ha ricevuto dal ministero dell’Economia e delle Finanze l’incarico di gestire i crediti deteriorati delle ex Venete che non sono stati acquisiti da Intesa Sanpaolo. Il modello ipotizzato è ibrido con una parte degli Npl gestiti internamente e una parte affidati a società esterne. Ed è su queste che il sindacato chiede di accendere un faro. Il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, fa notare che «Intesa si approccerà al territorio con nobili fini, ma contemporaneamente agiranno aziende di recupero crediti che faranno vittime e danni».

Per questo «occorre riportare all’interno delle banche la funzione di recupero crediti». Tra l’altro, aggiunge il segretario generale della Uilca, Massimo Masi, «la Bce lascia aperta la scelta se gestire gli Npl all’interno oppure esternalizzarli, però la gestione interna dei deteriorati permette un tasso di recupero superiore al 40% del credito deteriorato entro cinque anni».

Sugli Npl la First Cisl ha teorizzato la cosiddetta “gestione paziente” che, dice Riccardo Colombani della segreteria nazionale «ha ricevuto anche l’endorsement della Banca d’Italia. Nella sostanza si tratta di una proposta che valorizza la gestione interna alla banca degli Npl e prevede un deconsolidamento prudenziale delle sofferenze. Come? Attraverso una cessione prosoluto delle sofferenze ad una società partecipata da vari stakeholder, con interessi diversi, che siano però investitori di lungo periodo e che privilegino una gestione paziente per evitare ripercussioni sociali e mantenere l’occupazione all’interno delle banche, puntando sull’opportuna riqualificazione delle persone».

È chiaro che il sindacato che ha assunto un approccio responsabile nella condivisione dei piani di ristrutturazione, adesso vuole avere una parte anche nella gestione della partita degli Npl, coerentemente con le indicazioni dell’ultimo contratto Abi, ma un po’ meno con la tendenza che si sta verificando. Ogni gruppo sta attuando una strategia diversa, quasi a riprova del fatto che non si può immaginare un modello di banca universale, come qualche banchiere ha più volte detto. Uno dei casi di maggiore rilevanza è sicuramente quello del Monte dei Paschi di Siena che ha ceduto la piattaforma, ma non i lavoratori e il contratto dei bancari, secondo lo schema dell’articolo 1 del contratto (si veda articolo a fianco). Diverso è stato il caso del Credito Valtellinese che aveva invece siglato con il Cerved un accordo per lo sviluppo di una partnership industriale di lungo termine per la gestione dei crediti non performing e aveva condiviso con i sindacati che i lavoratori trasferiti in Cerved management spa avrebbero avuto il contratto del terziario.

Ancora diverso è stato l’accordo raggiunto qualche giorno fa alla Popolare di Bari. Sullo sfondo c’è l’accordo che la banca pugliese ha siglato, ancora una volta con Cerved, per lo sviluppo di una partnership industriale di lungo termine per la gestione di Npl e inadempienze probabili. Popolare di Bari, secondo quanto spiega Mario Gentile della Fisac Cgil, «ha creato all’interno del gruppo una società che si occupa di Npl che fa parte al 100% del gruppo. A questa società ha ceduto le attività e 21 lavoratori che si occupano appunto di Npl. Nei giorni scorsi abbiamo raggiunto un accordo sindacale che prevede la copertura del contratto del credito, la continuità contrattuale e poi una serie di garanzie in capo ai lavoratori, riassunte nella clausola di rientro al verificarsi di determinate fattispecie».

Nella strategia del recupero crediti irrompe inevitabilmente il tema delle risorse umane perché la cessione delle lavorazioni, la creazione di società o di piattaforme ad hoc ha pur sempre il suo risvolto organizzativo e la storia più dirompente di queste settimane arriva da Bologna, da Unipol Banca che la scorsa estate ha approvato il progetto di scissione a favore di una newco, UnipolRec, controllata al 100% dal gruppo. Nella newco confluiranno una trentina di lavoratori bancari e una ventina tra assicurativi e professionisti dell’immobiliare a cui il gruppo, dopo il mancato accordo con i sindacati, applicherà il contratto del commercio, mantenendo però le migliori condizioni previste dagli integrativi del gruppo, oltre ad offrire il cosiddetto “elastico”. Gruppo bancario che vai, strategia che trovi, certamente c’è una tendenza che è chiaramente emersa e che è anche quella di guardare al di fuori del contratto del credito per gestire gli Npl.

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