Economia

Investimenti record nella ceramica

  • Abbonati
  • Accedi
la questione industriale

Investimenti record nella ceramica

C’è la grande lastra, la nuova protagonista della scena architettonica che va rubando ruoli e funzioni agli altri materiali, dietro al quarto anno consecutivo di crescita dell’industria ceramica italiana e all’exploit degli investimenti in innovazione che, complici gli incentivi del Piano Impresa 4.0, sfioreranno il 10% del fatturato, record storico dopo l’altro picco, quello del 1995, legato agli incentivi della legge Tremonti.

E anche se lo sprint dei primi mesi del 2017 è andato rallentando, tra edilizia nazionale che arranca e scenario internazionale più cauto, il settore – 150 industrie per 19mila addetti – si prepara a chiudere un bilancio in crescita di altri due punti e mezzo su base annua, con circa 425 milioni di metri quadrati di produzione e vendite di piastrelle e 5,5 miliardi di euro di business, per l’80% legato all’export. Avendo davanti un altro biennio 2018-2019 positivo, soprattutto oltreconfine (in Italia si prevede un trend del +1,5% annuo): secondo le stime Prometeia la domanda mondiale di ceramica, che vale oggi oltre 13 miliardi di metri quadrati, crescerà tra il 3 e il 4%, con accelerazioni in Europa Orientale e Paesi del Golfo, gararatendo al made in Italy una domanda aggiuntiva di almeno altri 23 milioni di mq. Tanto che per la prima volta emerge un tema di carenza di spazi industriali lungo i 19 chilometri di tile valley che unisce Maranello a Scandiano, dove si concentrano 90 aziende e l’80% della produzione italiana di piastrelle.

Sono questi i temi emersi ieri a Sassuolo in occasione dell’assemblea di fine anno di Confindustria Ceramica. «Il contesto mondiale è lievemente peggiorato, tra cambio euro/dollaro, rincaro del petrolio, scelte protezionistiche, ma non al punto da minare la nostra competitività e la nostra leadership mondiale per valore delle esportazioni. I dazi antidumping appena rinnovati dall’Ue sull’import cinese ci garantiscono un orizzonte di altri cinque anni di fair trade, ma restiamo perplessi sull’applicabilità delle nuove norme che bypassano la questione del riconoscimento di “economia di mercato”. Ci serve un mercato globale non inquinato dal dumping cinese per valorizzare il nostro enorme sforzo in investimenti, che stanno accelerando ancora dopo l’apice del 2016, quando hanno superato quota 400 milioni di euro, il 7,5% dei ricavi complessivi», spiega Vittorio Borelli, presidente di Confindustria Ceramica.

Il vero ostacolo alla competitività è annidato in patria, sottolinea Borelli: «Il nostro nemico numero uno è la burocrazia barocca, che in questa fase di forti investimenti per ridisegnare le nostre fabbriche, tra il traino dell’iperammortamento e la domanda del mercato delle grandi lastre, ci blocca 5-7 anni tra carte e una pletora di enti inutili, quando negli Stati Uniti passano 12 mesi dall’autorizzazione del cantiere all’accensione delle macchine». Il tema della delocalizzazione produttiva, per servire direttamente in loco i mercati più interessanti (Usa, Germania, Russia restano i primi bacini di esportazione e di investimenti, anche se non saranno i più dinamici da qui al 2019) torna incalzante di fronte alla carenza di aree industriali e logistiche nel distretto sassolese adeguate ai nuovi, mastodontici impianti per le grandi lastre, che richiedono metrature tre volte quelle tradizionali.

«Chi vuole partire da zero con un nuovo stabilimento o un magazzino industriale spazio qui non ne trova più. Chi sta investendo, penso ai due nuovi impianti di Florim o a quello di Marazzi o al nuovo sito di System Logistics a Fiorano, aveva aree di proprietà. Sono molti i capannoni in disuso sotto i 3mila metri quadrati, ma non sono utilizzabili per i nuovi investimenti», commenta Claudio Pistoni, sindaco di Sassuolo, la città-distretto dove la ceramica dà lavoro a 15mila occupati e dove, dopo aver toccato quest’anno il minimo ricorso agli ammortizzatori, si sta tornando ad assumere.

«Il 2017 consolida gli ottimi risultati 2016, con il quinto anno consecutivo di crescita per l’export (+2,6%), il quarto di fila per la produzione (+2,3%) e il secondo di fila di ripresa anche per il mercato interno (+1,5%) e le prospettive per il 2018-2019 confermano un trend positivo della domanda mondiale, anche se non coi tassi vigorosi del passato, superiore al 3% e con una distribuzione più uniforme tra le macroaree», afferma Giovanni Schirone, economista di Prometeia. Se i dazi antidumping ci hanno meso al riparo dalla concorrenza sleale cinese, è l’India il nuovo competitor che sta spostando i rapporti di forza internazionali. «Il made in Italy soffre di una sorta di strabismo geografico – prosegue Schirone – perché è più forte nei Paesi che crescono meno. Ma questo è frutto più di una precisa scelta strategica dei nostri imprenditori che preferiscono presidiare la fascia premium (la piastrella italiana costa 14 euro al metro quadrato, il triplo di una cinese e il doppio di una spagnola) e non competere sul monocottura».

L’INDUSTRIA CERAMICA
I risultati di mercato delle piastrelle italiane produttrici di piastrelle. In milioni di metri quadrati. (Fonte: Prometeia)

La 30esima edizione dell’analisi dei bilanci del settore ceramico condotto da Bper presentata ieri alla Palazzina Ducale di Casiglia durante l’assise prenatalizia, conferma la salute del distretto: l’80% delle prime 60 realtà industriali italiani del settore (coprono il 72% del fatturato complessivo) ha chiuso il bilancio 2016 in utie (era al 50% quattro anni prima), la maggior parte delle aziende è tornata sopra ai livelli pre crisi e dal 2007 a oggi anche le realtà sotto i 40 milioni di fatturato hanno recuperato il 21% dei volumi. Con un netto calo dell’indebitamento nonostante il recod di investimenti. È il differenziale di performance legato dalla dimensione aziendale, però, che deve spingere il tema aggregazioni: arriva al 30% il delta in termini di Ebitda tra le grandi gruppi sopra i 120 milioni di fatturato e le altre aziende.

© Riproduzione riservata