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Firenze rilancia il suo storico Opificio

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Firenze rilancia il suo storico Opificio

Avviato due anni fa ed entrato nel vivo, con le prime sette assunzioni, nell’anno che sta per concludersi, il progetto della Fondazione CR Firenze a sostegno dell’Opificio delle pietre dure (Opd) del capoluogo toscano sta per compiere un salto di qualità con la costituzione – forse già entro il prossimo gennaio – di una fondazione ad hoc, incaricata di assumere giovani restauratori da distaccare nell’Opificio, garantendone la continuità operativa e, soprattutto, preservandone le competenze, uniche, in ambito artistico e scientifico.

Del resto, in una città che è uno scrigno d’arte e storia tra i più celebri al mondo, investire nella valorizzazione del passato e delle tradizioni significa investire nel suo sviluppo, nell’occupazione e nelle nuove generazioni. «Il nostro legame con l’arte e con il restauro è strettamente connesso con la nostra storia – dice il presidente della Fondazione CR Firenze, Umberto Tombari –. Per questo cerchiamo di sostenere un settore così importante, ma con uno sguardo al futuro». Basti pensare che, su quasi 17mila progetti sostenuti in 25 anni di attività, per un totale di 663 milioni di euro erogati, oltre 5.800 rientrano nell’ambito Arte, attività e beni culturali, a cui sono stati destinati 286 milioni di euro. Solo il settore Beneficenza e filantropia ha un numero maggiore di progetti sostenuti (7.600), ma la cifra complessiva stanziata è inferiore (172 milioni).

La Fondazione non poteva quindi restare indifferente al grido di allarme lanciato quasi tre anni fa dallo storico Opificio – nato nel 1975 dalla fusione dell’omonimo istituto fondato dai Medici nel 1588, con il Laboratorio di restauro della Soprintendenza delle belle arti istituita nel 1932 – oggi punto di riferimento mondiale per il restauro, la ricerca e la formazione. L’allarme riguardava non tanto la riduzione delle risorse economiche messe a bilancio (male comune di tante istituzioni pubbliche), quanto la progressiva riduzione del personale, dovuta soprattutto agli effetti delle nuove norme sul pubblico impiego (l’Opificio fa capo al Ministero dei Beni artistici e culturali), che ne hanno bloccato il ricambio generazionale. Un bel paradosso, per una istituzione famosa anche per la sua Scuola di alta formazione avviata nel 1978.

Nel giro di una decina d’anni – nonostante l’aumento dell’attività dell’Opificio – il personale specializzato è passato da circa 150 a poco più di 90 unità, con un numero di restauratori sceso sotto soglia 40. Per qualche tempo la Fondazione CRF e altre istituzioni private (come Getty Foundation) hanno sostenuto l’assunzione di personale interinale o a tempo determinato, ma la riforma Madia ha bloccato anche questa possibilità. Le sostituzioni potranno arrivare solo dal prossimo concorso del Mibact, ma i numeri non saranno sufficienti e i tempi rischiano di essere troppo lunghi. Da qui l’accordo in base al quale la fondazione bancaria ha assunto, nel 2017, sette restauratori (quasi tutti under 40), distaccati poi gratuitamente presso l’Opificio.

«Ora siamo pronti a fare un passo ulteriore – spiega il direttore generale di Fondazione CRF , Gabriele Gori – e dare continuità a questo progetto, anche in vista degli ulteriori pensionamenti attesi nei prossimi mesi. A breve firmeremo una convenzione pluriennale per creare una fondazione strumentale attraverso cui stabilizzare i sette restauratori già coinvolti e assumerne di nuovi, possibilmente tra quelli che escono dall’Opificio con lo scadere dei contratti a termine». Queste persone lavoreranno su progetti che di anno in anno saranno definiti insieme dalla Fondazione bancaria (proprietaria al 100% del nuovo soggetto) e dall’Opd. «Il focus sarà sull’arte contemporanea – precisa Gori – perché in questo ambito c’è bisogno di restauratori con grandi competenze scientifiche, soprattutto nel settore della ricerca sui materiali». È inoltre allo studio l’avvio di percorsi formativi privati, come corsi estivi o corsi specifici di breve durata. «Abbiamo un piano industriale che prevede lo stanziamento di circa tre milioni nei primi cinque anni – precisa Gori –. Ovviamente saremo ben lieti se altri sostenitori vorranno unirsi a noi in questo progetto». Un progetto che, aggiunge il direttore, unisce la volontà di «preservare e trasmettere competenze e saperi che non possiamo permetterci di perdere», con quella di creare occupazione e opportunità per i giovani.

L’attenzione ai giovani, alla loro formazione e inserimento nel mondo del lavoro, è del resto uno dei cardini attorno a cui ruota l’attività della Fondazione, come dimostra un altro progetto che prenderà forma il prossimo anno, ovvero la creazione di un Hub digitale all’interno di un ex granaio mediceo (si veda articolo in basso). «L’attenzione ai giovani e il desiderio di dotarli di strumenti adeguati ai tempi ci hanno spinto a intraprendere queste due nuove operazioni che guardano davvero a uno scenario ampio e che hanno un forte carattere innovativo anche a livello nazionale – commenta il Presidente Tombari –. Siamo sempre più convinti che il nuovo modello di fondazione di origine bancaria deve saper unire al sostegno al territorio una forte capacità creativa e propositiva per collaborare assieme alle istituzioni locali per il bene comune».

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