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L’Ilva nel guado perde contatto, acciaio dall’estero per Fca e…

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SIDERURGIA

L’Ilva nel guado perde contatto, acciaio dall’estero per Fca e Fincantieri

Ilva è sempre più fuori dalle rotte commerciali di un mercato dell’acciaio che, soprattutto nel segmento dei prodotti piani, sta vivendo una stagione di ripresa e forti spinte competitive. La perdita di contatto del gruppo siderurgico italiano con i clienti storici è iniziata con i guai giudiziari; dopo un tentativo di recupero in alcuni casi andato a buon fine, il forzato «parcheggio» di questi ultimi mesi, in attesa di rientrare alla piena operatività con Am Investco Italy, ha complicato le cose: Ilva è in mezzo a un guado, non pienamente operativa, impossibilitata a programmare acquisti di materie prime, investimenti o programmi a medio-lungo termine e questo quadro, ogni settimana che passa, sta peggiorando la situazione.

Il primo grosso campanello d’allarme sul fronte commerciale può essere considerato la commessa Tap, circa 450 milioni di euro per 520mila tonnellate di tubi, aggiudicata due anni fa ai tedeschi di Salzgitter Mannesmann e ai greci di Corinth Pipeworks. Ma i guai peggiori sono degli ultimi mesi. I tubifici oggi sono fermi e clienti come Snam (che sta assegnando due lotti per 8.500 tubi) non si possono più servire, come in passato, degli impianti di Taranto. Negli altri prodotti, Fincantieri secondo fonti sindacali oggi non riceve riscontri (l’ultima fornitura è di giugno dell’anno scorso) e compra all’estero. Difficoltà anche nell’automotive. Daewoo è un altro cliente storico di cui si sono smarrite le tracce in questi anni; recentemente Fca, che ha una gamma di fornitori d’acciaio anche extraeuropei, ha scelto per la Giulia (ma non solo) ArcelorMittal, e in particolare il Fortiform, prodotto di punta nato dal lavoro dei centri ricerca francesi. In generale molti operatori della distribuzione in questi anni hanno dirottato altrove gli acquisti per i loro clienti.

Dove vadano questi flussi è presto detto. Con le frontiere europee praticamente chiuse (Bruxelles dazia non solo i coils importati dalla Cina ma ha anche imposto restrizioni per gli acquisti da Russia, Brasile, Iran e Ucraina) tutti i flussi restano nei confini europei, dove i protagonisti sono i soliti noti. ArcelorMittal e ThyssenKrupp (che si sta fondendo con Tata) sono i due leader nel mercato dei piani, dove in Italia è operativo anche Arvedi. Tutti i player stanno facendo il pieno di ordini in questi mesi. Tutti eccetto Ilva, che resta inchiodata, per vincoli ambientali e gestionali, a una produzione di poco superiore ai 5 milioni di tonnellate (5,5 milioni di tonnellate, in aumento rispetto ai 4,7 dell'anno precedente), ben al di sotto delle sue potenzialità.L'ultima relazione trimestrale dei commissari certifica un ulteriore rallentamento produttivo, con una media giornaliera che da 15.550 tonnellate registrata nel 2016 è passata alle 13.600 del primo trimestre dell'anno scorso. «ArcelorMittal, per motivi di peso in Europa e di completezza di gamma è senza dubbio uno degli operatori che più sta beneficiando della fase positiva di mercato e della chiusura delle frontiere - spiega Tommaso Sandrini, presidente di Assofermet acciai, il sindacato dei distributori siderurgici -. Oggi viviamo una situazione di notevole tensione, tutti hanno portafogli robusti e un carico di ordini notevole». In Italia, Arvedi l’anno scorso ha aumentato i volumi di circa un milione di tonnellate, da 3 a 4 milioni, per un totale di gruppo (considerando la produzione delle altre controllate) di quasi 5 milioni di tonnellate. Anche Marcegaglia, che produce tubi, è, secondo quanto riferiscono gli operatori, «tranquilla dal punto di vista delle vendite».

Nei primi nove mesi le importazioni di coils (il prodotto principale dell’Ilva di Taranto) in Italia provenienti da paesi europei sono aumentate di circa il 10%, pari a quasi 2,5 milioni di tonnellate. L’import complessivo di prodotti piani supera i 4,5 milioni di tonnellate. I dazi hanno frenato invece la crescita delle importazioni da paesi extraeuropei, che resta però su livelli consistenti, pari a circa 4,5 milioni. India, Turchia, Corea del Sud, Egitto e Russia sono i principali importatori di coils.

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