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Due nuove inchieste per fermare il gasdotto Tap

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Due nuove inchieste per fermare il gasdotto Tap

Con due inchieste, la Procura di Lecce riaccende i fari sul gasdotto Tap, l’infrastruttura destinata a trasportare, dal 2020, 10 miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbajian alla Puglia via Grecia, Albania e Mar Adriatico e oggetto, da tempo, di un duro scontro politico, con la Regione Puglia e una serie di Comuni del Salento che non vogliono l’approdo dell’opera a Melendugno. Una prima indagine giudiziaria punta ad accertare se, nel percorso autorizzativo del gasdotto, sia stata aggirata la normativa Seveso e ci sono anche quattro indagati: il country manager di Tap Italia, Michele Elia, il rappresentante legale della società, Claudia Risso, e il direttore generale delle infrastrutture energetiche del Mise, Gilberto Dialuce. Oltre a loro è indagata anche la stessa società Tap. L’ipotesi di reato al vaglio è quella di truffa.

La seconda indagine, invece, riguarda le modalità con cui sono stati effettuati i carotaggi nell’area interessata dall’attraversamento dell’opera. La prima inchiesta dovrebbe approdare a breve, forse già la prossima settimana, nella fissazione dell’incidente probatorio davanti al gip Cinzia Vergine con la partecipazione dei consulenti delle parti. Il gip è lo stesso che un anno fa archiviò un’analoga indagine della Procura con gli stessi indagati di oggi. A seguito però di un esposto presentato da otto sindaci, la Procura, con magistrati diversi, ha riaperto il dossier Tap e ottenuto il via libera alla nuova inchiesta. Tutto ruota sul fatto che, una volta giunto in Puglia, il gas di Tap percorrerà un tratto di 8 chilometri prima di arrivare al terminale di ricezione e da qui instradarsi verso il metanodotto di Snam che, attraverso un percorso di 55 chilometri, lo porterà al punto di allaccio alla rete ubicato a Mesagne in provincia di Brindisi.

I sindaci ritengono che l’opera vada valutata nel suo complesso – gasdotto con terminale di ricezione e metanodotto – e non in due parti ed accertato se è ancora sotto la soglia delle 50 tonnellate di gas – 48,6 asserisce Tap – oppure la supera, perché in quest’ultimo caso scatta l’assoggettamento alle norme Seveso. I sindaci sono pronti a dare battaglia e dalla loro c’è anche la Regione Puglia. Che si costituirà nel procedimento e porterà elementi di prova. E all’incidente probatorio si preparano anche Tap e Snam. Le due società ribadiscono che le due infrastrutture vanno valutate singolarmente, che questo hanno stabilito anche le sentenze emesse da Tar e dal Consiglio di Stato, che il terminale di ricezione è un’opera Tap alla quale si collega solo parte del metanodotto Snam e che nel terminale non avverrà alcuna lavorazione del gas da richiedere la Seveso, nè si supera la quantità di gas prescritta. Maurizio Masi, direttore del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica del Politecnico di Milano, dichiara: «Si tratta di costruire solo una stazione di rilancio per riportare il gas in pressione e compensare così le perdite. È una pericolosità molto modesta, anzi dico che non esiste».

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