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Due miliardi per scoprire giacimenti in Adriatico

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Due miliardi per scoprire giacimenti in Adriatico

Davanti al divertimentificio della Riviera romagnola, di fronte alla costa emiliana e alle spiagge marchigiane potrebbe esserci un tesoro di metano: forse una quantità pari ai 100mila “barili equivalenti di petrolio” al giorno di cui parla l’Eni nel confermare l’investimento di 2 miliardi che serviranno ad ammodernare le decine di piattaforme che in Adriatico oggi estraggono gas pari a 53mila barili al giorno.

Il segreto della scoperta di nuovi giacimenti di grandi dimensioni sta nel nuovo centro di calcolo nella Bassa pavese, a fianco della raffineria di Sannazzaro-Ferrera: i dati geologici inseriti nel supercalcolatore Hpc4, il più grande centro di calcolo per l’industria, potrebbero rivelare che sotto il fondale dell’Adriatico ci siano risorse impressionanti.

Il meccanismo è quello che ha portato a individuare alcuni dei più grandi giacimenti al mondo, come il campo Zohr scoperto al largo del delta del Nilo. Su quel braccio di mare erano passati senza alcun risultato i rilevatori delle compagnie più celebrate al mondo. Poi i dati geologici furono messi a macinare nel colossale centro di calcolo del Cineca di Casalecchio di Reno, uno fra i cervelloni più grandi al mondo, il quale disse all’Eni che nel sottosuolo del Mediterraneo c’era il giacimento colossale che ha cambiato il futuro dell’Egitto e dell’Eni.

Così potrebbe succedere in Adriatico. Saranno distillati dal supercalcolatore dell’Eni i dati sui 10mila chilometri quadri di fondale adriatico con la speranza fondata di scoprire giacimenti finora insospettabili.

Due esempi del risultato dei calcoli. A 45 chilometri al largo di Ancona ci sono i giacimenti Clara e Bonaccia: rielaborando più volte i dati di Clara è stato possibile scoprire riserve più grandi del 40% passando a 4,3 miliardi di metri cubi e poi 5,4 miliardi di metri cubi, e con i dati di Bonaccia, stimato di 2,95 miliardi di metri cubi, si è scoperto un paio di anni fa che nel sottosuolo ci sono 13,28 miliardi di metri cubi.

Gli investimenti programmati dell’Eni potrebbero ridurre un poco quell’import forsennato di metano che caratterizza l’Italia. I giacimenti dell’Adriatico erano la risorsa che nei decenni scorsi aveva alimentato un Paese, l’Italia, che allora pareva povero di fonti di energia. Nel 2004 l’Italia estraeva 13 miliardi di metri cubi di gas, circa il 18% del fabbisogno, mentre nel 2017 il Paese è riuscito a produrre poco più di 5 miliardi di metri cubi, appena il 7% dei consumi.

Nei giorni scorsi a Ravenna l’Eni ha incontrato il Comune e le altre istituzioni, le associazioni delle imprese (tra queste la Confindustria) e dei sindacati. L’obiettivo dell’incontro era presentare i lavori in programma per ricuperare quel tesoro sepolto sotto il mare. L’investimento di 2 miliardi nei prossimi quattro anni servirà a sviluppare e migliorare gli impianti in mezzo al mare. «È stata avviata una nuova campagna di perforazione con l’uso di due impianti ed è stata incrementata significativamente l’attività di ottimizzazione della produzione», avvisa la compagnia di San Donato Milanese.

Inoltre, la produzione di metano adriatico, che nel 2017 è arrivata in tutto a 2,8 miliardi di metri cubi, potrà raggiungere i 4 miliardi di metri cubi.

Ovviamente saranno chiusi i pozzi che nel frattempo si sono esauriti e saranno smantellate le piattaforme ormai inutili. Il programma di cinque anni prevede la chiusura mineraria di 13 «strutture offshore non produttive», spiega l’Eni, e di circa 30 pozzi. È stato emesso un bando europeo per la qualifica dei fornitori che svolgeranno lo smantellamento di piattaforme e pozzi, le cui gare cominceranno quest’anno.

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